Il mio Michel Petrucciani “Live”

Michel Petrucciani (Orange, 28 dicembre 1962 – New York, 6 gennaio 1999) è stato probabilmente il jazzista europeo più amato e uno dei più apprezzati in assoluto. Può essere che le sue condizioni di vita segnate da una grave malattia congenita ne abbiano condizionato il giudizio in positivo, ma vi sono stati degli oggettivi valori musicali ed artistici a contrassegnarne il meritato riscontro critico e l’indubbia popolarità. Il pianista francese, considerato un talento prodigioso sin da giovanissimo, si è costruito nel tempo un bagaglio di esperienze di altissimo livello prima di arrivare ad esplodere nel ruolo di leader, basti pensare alle sue collaborazioni fondamentali con il gruppo di Charles Lloyd e quello di Freddie Hubbard, con il quale, a suo stesso dire, ha avuto modo di esercitare le sue conoscenze musicali e jazzistiche al massimo livello sia nel ruolo di accompagnatore che di improvvisatore, dovendo ogni sera suonare “al volo” qualsiasi brano in qualsiasi tonalità, anche quella più intricata per un pianista, imposta dal leader trombettista. Dotato di una eccellente tecnica pianistica e di grande fantasia improvvisativa, Petrucciani fa parte ancora oggi di quei notevoli improvvisatori europei che non hanno avuto bisogno di affrancarsi dall’idioma jazzistico per affermarsi e godere di ampi riconoscimenti internazionali. Il suo stile pianistico è sicuramente debitore di diverse influenze provenienti dai maggiori protagonisti del pianismo jazz moderno, da Bud Powell in poi, e, per onestà intellettuale, occorrerebbe ammettere che non si è trattato di un innovatore che segnerà la storia di questa musica, per quanto quasi sempre riconoscibile, ma il suo modo di suonare, e soprattutto di esibirsi sul palco dando sempre tutto se stesso, ha sempre emozionato le platee di tutto il mondo. Si è trattato comunque di un pianista che ha fatto da riferimento per molti pianisti europei delle generazioni successive. anche se probabilmente non verrà ricordato come uno dei pianisti jazz essenziali della storia.

Ho avuto modo di ascoltarlo dal vivo tre volte. La prima nel lontano inizio degli anni ’80, quando Petrucciani era da noi ancora un talento da scoprire, al Teatro Ciak di Milano, in zona Lambrate (allora stavo proprio in zona Città Studi durante la settimana, nel periodo in cui seguivo i corsi di Ingegneria al Politecnico di Milano, il che mi permetteva di usufruire comodamente di quei concerti) proprio col gruppo di un redivivo Charles Lloyd, che ricordo ripropose la sua celebre suite Forest Flower, sotto gli occhi di Arrigo Polillo attorno al quale si riunì un capannello di persone alla fine del concerto per sapere cosa ne pensasse. La seconda volta fu invece a Bergamo al Teatro Donizetti nel 1994 in piano solo in un concerto straordinariamente fatto a maggio, in quanto era inizialmente previsto a febbraio nell’ambito dell’usuale festival, ma al quale il pianista aveva dovuto rinunciare all’ultimo momento per i noti problemi ossei che gli procuravano continuamente problemi di microfratture (o cose del genere) agli arti. Fece un bellissimo concerto con un programma più o meno simile (vado a memoria)  a quello che sto per proporvi oggi, tratto da uno dei dischi suoi che preferisco e che documentava un suo concerto in solo al Teatro degli Champs- Élysées di Parigi. Si tratta di un lungo medley in cui, passando da un tema all’altro, Petrucciani sembra documentare sotto il suo filtro artistico una specie di sintesi del pianismo jazz contemporaneo cui si riferiva, ovviamente  contestualizzato a quell’epoca. Infine la terza fu la meno interessante ad Umbria Jazz del 1996 dove si esibì con il padre chitarrista. Un concerto che mi risultò al tempo sostanzialmente superfluo.

Buon ascolto e buon fine settimana.

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