Novant’anni, ma non li dimostra

Louis-Armstrong-2In ambito jazzistico il concetto di modernità si presenta, ancora oggi, come un problema non risolto. L’idea di modernità, che coinvolge sia aspetti di carattere prettamente musicale sia mutamenti di ordine sociale e culturale, sembra infatti legata a schemi consolidati, quando non addirittura luoghi comuni affermatisi nel corso del tempo in sede di storiografia jazzistica. Raramente è stata sviluppata una analisi tecnica sui materiali concreti del fare musicale, e ancor più di rado si sono applicati criteri analitici in grado di andare oltre il parametro armonico, prediletto dalla maggior parte dei critici e musicologi e direttamente derivato dal sistema di valori della musica eurocolta. Uno sguardo più profondo e complessivo al fatto musicale, agli atteggiamenti espressivi propri del jazz e di altre musiche afro-americane, può quindi portarci a riconsiderare il concetto di modernità e a rivedere l’intera storia jazzistica, ancora oggi concepita più come un insieme di “rivoluzioni” stilistiche che non come un corpo organico che si trasforma e si sviluppa intorno alla soluzione di problemi legati ad una precisa estetica, a un modo di fare musica i cui elementi chiave si riscontrano in tutti gli stili e in tutte le epoche.

In questa prospettiva di analisi la figura di Louis Armstrong ci appare in tutta la sua forza, imponendoci una seria riflessione sul concetto di modernità jazzistica, a cui il trombettista contribuì in maniera determinante soprattutto con la realizzazione, alla testa degli Hot Seven, del memorabile stop time chorus di Potato Head Blues, inciso il 10 maggio del 1927.

Artista d’avanguardia, si potrebbe dire rivoluzionario, e musicista tra i più grandi del secolo scorso, Armstrong fu infatti la punta di un iceberg, l’uomo la cui musica nei secondi anni Venti contribuì in maniera determinante a dare la spinta finale a un processo storico già avviato, riflettendo le tendenze di buona parte del jazz del periodo, orientato verso il superamento delle forme multitematiche derivate dal Ragtime a favore della forma chorus, in particolare la forma Song. Un processo il cui inevitabile approdo era la sostituzione della polifonia neworleansiana con il concetto di solismo accompagnato, e che produsse l’esigenza di sostituire le partiture ben definite in favore di quelle forme song adatte allo sviluppo della composizione istantanea su un giro armonico. Un modo di pensare il jazz che gli anni Trenta contribuiranno a imporre parimenti ad una nuova consapevolezza professionale, e soprattutto artistica, che ebbe in Louis Armstrong un insostituibile protagonista. Infatti, egli non fu solo l’artista che impose la figura del solista come elemento centrale di un gruppo jazz, ma anche un musicista pienamente consapevole del proprio essere artista e della propria posizione professionale. Basti, come esempio, la constatazione che i suoi maggiori capolavori degli anni Venti, che per la maggior parte degli studiosi rappresentano lo zenith della sua intera carriera, sono stati registrati alla testa di formazioni da studio, riunite per comunicare un preciso progetto musicale, e non insieme ai musicisti con cui abitualmente suonava nei club e nei teatri rivestendo il ruolo di solista principale. di “attrazione” dello spettacolo(…)

(…)Una modernità che il fare musicale contenuto nelle matrici degli Hot Five e Seven mette prepotentemente in risalto e Potato head Blues afferma con forza trasgressiva grazie sia alle epifanie del futuro che risultano dall’ascolto, sia alla consapevolezza di un nuovo agire musicale che anima il suo autore. L’importanza di quest’opera, storiograficamente messa in ombra dall’introduzione spettacolare di West End Blues, non è stata forse compresa nella sua reale portata storica; eppure, oggi è difficile non pensare a questo brano come ad un capolavoro assoluto che sta nel suo tempo e, contemporaneamente, anticipa il futuro.

Come spesso accade con le opere rivoluzionarie, l’avanguardia non risiede principalmente nell’invenzione inaudita, quanto nella capacità di scatenare un processo irreversibile in grado di evidenziare tutte le potenzialità di una nuova idea, proiettandola nel contempo nella prassi musicale comune(…).

Testo tratto da “Potato Head Blues ” la nascita del solismo moderno – Maurizio Franco – Musica Oggi- 2001.

Potato Head Blues venne inciso dai Louis Armstrong and his Hot Seven, formati da Armstrong, sua moglie Lil Hardin al piano, Johnny Dodds al clarinetto, John Thomas al trombone (che aveva da poco preso il posto di Kid Ory), Johnny St. Cyr al banjo, Pete Briggs al basso tuba, e Baby Dodds alla batteria, il 10 maggio 1927 per l’etichetta Okeh Records di Chicago. La registrazione si svolse durante una settimana particolarmente proficua musicalmente nella quale l’abituale band di Armstrong, gli Hot Five, si era allargata da cinque a sette membri per l’aggiunta di Pete Briggs al basso-tuba e Baby Dodds alla batteria, diventando gli Hot Seven; in cinque sedute in studio il gruppo incise ben dodici nuovi pezzi.

Non si tratta di un “blues” vero e proprio, la struttura degli accordi è in una tipica forma canzone di 32 battute . Il critico Thomas Ward definì questa registrazione “uno dei momenti più stupefacenti nell’intera storia della musica del ventesimo secolo“, e Woody Allen la definì come una delle sue “ragioni perché la vita merita di essere vissuta“.

L’assolo di Armstrong in questo brano è talmente perfetto da far supporre che ci sia arrivato per gradi e non sia stato semplicemente il prodotto dell’ispirazione del momento, ma il frutto di un lavoro pregresso sull’improvvisazione che lo ha portato a mettere insieme le idee migliori in un singolo brano. In sostanza si è trattato di un primo culmine di un genio musicale che ha saputo non solo produrre dal punto di vista del risultato finale una musica senza tempo, ma anche sviluppare le relativa metodologia costruttiva per poterla elaborare, in un innovativo processo, alla fine realmente compositivo, al quale il trombettista è giunto più per metodologia orale che scritta, ossia secondo una prassi propria della cultura musicale africano-americana. 

Dopo questa versione incisa, nessun altro ha tentato di riproporre “Potato Head Blues” su disco per decenni e nemmeno Armstrong ha più voluto riproporlo, almeno sino al 1957, in un remake previsto per l’edizione Satchmo: A Musical Autobiography che, onestamente, impallidisce rispetto a quella originaria. 

Per l’occasione propongo le due versioni citate più la riproposizione dell’assolo suonata più di recente da Wynton Marsalis, rintracciata in rete.
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