Il Jazz avanzato di Andrew Hill

Mosaic_Andrew_HillAndrew Hill è probabilmente da considerare uno dei musicisti più inclassificabili della storia del jazz, nel senso che è stato sempre su posizioni estremamente avanzate ma non collocabile in qualche definito ambito stilistico. Giusto per tentare di chiarire, ma non più di tanto, potrei affermare in modo un po’ generico, che si sia sempre mosso dalla tradizione all’avanguardia armonicamente più libera, ma non si può affermare né che il suo stile compositivo e in improvvisazione fosse votato al free, né che fosse solo una sorta di post-bop avanzato. Il suo approccio alla musica è stato semplicemente poco ortodosso e originalissimo, assai complesso, ma tendenzialmente sarei portato a considerarlo entro la cultura musicale “nera” e la migliore tradizione jazzistica, per quanto sofisticato sul piano armonico, cosa che potrebbe farlo ritenere influenzato dalla tradizione colta europea.

Nato a Chicago, Illinois, (30 giugno 1931 – 20 aprile 2007) Hill è stato un pianista e compositore prolifico ed enigmatico, la cui musica, ricca di sviluppi ritmici oltre che armonici, ha dimostrato di essere personale e sempre mutevole, quasi misteriosa. Il suo pianismo, dalla geometria instabile ma dalla logica ferrea, rientra certamente nella tipica tradizione percussiva afro-mericana, in cui è percepibile la forte influenza di Thelonious Monk, cui si assommano l’angolosità di Paul Bley e la conduzione per flussi di musica di Cecil Taylor, ma c’è chi ha individuato anche l’influenza di Ellington e persino di Sun Ra nell’uso del “colore” e di linee melodiche dall’andamento ipnotico. Gli inizi di carriera sono stati tipicamente nel ruolo di accompagnatore di cantanti come Dinah Washington, Johnny Hartman e Al Hibbler, poi brevemente a Los Angeles come sideman per Roland Kirk, ricevendo poi la collaborazione e l’apprezzamento dei jazzisti più avanzati degli anni ’60. Percussività, approccio poliritmico, intervalli poco comuni, dissonanze, lirismo, tempi composti, linee a note singole, sono alcune delle caratteristiche del pianismo di Hill che mano a mano sono emerse.  La sua influenza sulle generazioni successive di musicisti jazz e compositori si è rivelata col tempo di un certo peso, specie dagli anni ’90, quando ha deciso di trasferirsi di nuovo a New York dalla West Coast.

Il pianista Frank Kimbrough ha descritto in alcune note biografiche personali Andrew Hill come “un uomo gentile e generoso, riflessivo, con maniere vecchia-scuola. Era la personificazione della simpatia, della dignità e dell’integrità“.

Sempre secondo Kimbrough: “Il segno distintivo di un grande compositore è la capacità di dare ad ogni composizione una propria personalità, ed è la capacità che Andrew possedeva in abbondanza. Non c’è però niente di statico nella musica di Andrew. Ogni volta che ha suonato, ha improvvisato sin dalla prima nota – i ritmi sono stati riordinati, il tempo si estendeva, le armonie cambiate, in modo che tutto apparisse sempre nuovo. Nonostante la sua incredibile disciplina, è stato uno dei musicisti più “free” con il quale io sia potuto mai entrare in contatto“.

Hill ha avuto in carriera diversi riconoscimenti pubblici, specie negli ultimi decenni di vita. E’ stato salutato dal New York Times come “uno degli eroi del jazz anni ’60” ed è stato indicato da più parti come un genio e un maestro da critici e colleghi. Egli è stato onorato tra l’altro con un premio alla carriera dalla Jazz Foundation of America(1997), ha ricevuto il JazzPar (2003) ed è stato nominato Jazz Composer of the Year cinque volte dalla Jazz Journalists Association. Ha ricevuto un dottorato onorario di musica dalla Berklee School of Music, nel 12 maggio 2007 ed è stato anche nominato nel 2008 NEA Jazz Master dal National Endowment for the Arts, il più alto riconoscimento del paese per il jazz.

Passing Ships, scritto nel 1969 per un prestigioso nonetto di jazzisti, ha goduto di molti consensi quando è stato riscoperto e pubblicato per la prima volta nel 2003. l’album Dusk è stato votato come miglior album del 2001 da entrambe le riviste Down Beat e JazzTimes. Infineanche la sua ultima opera Time Lines (Blue Note 2006), è stata votata come miglior album jazz dell’anno dalla rivista Down Beat.

Propongo per l’occasione tre brani presi da situazioni diverse. Il primo in quartetto con l’autorevole voce sassofonistica di Joe Henderson, tratto dallo splendido esordio in Blue Note intitolato Black Fire. Il secondo, dal bellissimo Dance with Death del 1968, in cui spiccano Charles Tolliver alla tromba e soprattutto un superbo Joe Farrell al tenore (solista magnifico quanto oggi abbastanza inspiegabilmente dimenticato), ma pubblicato solo nel 1980 e il terzo è un video che documenta una sua pregevole prestazione al piano solo, registrata al Festival di Montreux del 1975 e documentata anche su CD.

Buon ascolto con la musica di Andrew Hill.

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