A proposito di Gary Burton e del suo ritiro…

Le recenti notizie a proposito del ritiro dalle scene di Aretha Franklin e Gary Burton mi hanno fatto pensare, oltre alla serietà e responsabilità di decisioni come queste, a come invece nel nostro paese certi jazzisti sfiatati sopravvalutati oltre la decenza da una narrazione nazional-nazionalistica sistematicamente mistificatoria e che esibiscono ormai sul palco per lo più imbarazzanti stecche e lagne aritmiche prive di qualsiasi barlume di creatività, si guardino bene dal solo pensare ad azioni dignitose del genere, lasciando spazio alle giovani leve, comportandosi esattamente allo stesso modo dei molti nostri politici che occupano scranni parlamentari e posti di potere in eterno, riproponendosi anche dopo acclarati fallimenti della loro azione politica (per non dire altro di peggio).

Ora, vorrei capire. Dato per vero, come si dice da anni, che il jazz italiano ha in pancia numerosi talenti del jazz (cosa che posso anche non mettere in dubbio) da proporre ed è ai massimi livelli internazionali (cosa che invece è un’autentica ignorante panzana da vendere agli sprovveduti in materia), la domanda che mi pongo allora è: per quale motivo si continuano a proporre in modo inflazionato concerti e cartelloni dei soliti tre o quattro nomi che da un pezzo non hanno più nulla da dire? Tanto per essere chiari, essere creativi nel jazz in modo costante è un’impresa improba, non dico per certi limitati improvvisatori nazionali, ma lo è e lo è stato per i più grandi geni del jazz. La creatività non dura in eterno per nessuno e francamente non capisco perché dovrei storcere in modo snobistico il naso se sento l’ennesima versione di Basin Street Blues da Satchmo  o di Moanin’ da Art Blakey e invece “godere come un riccio” all’ennesima versione di, che so,  Certi angoli segreti di Enrico Rava, o alla visione dell’ennesimo plastico surrogato di Miles Davis (fatto in copia di carta carbone ormai consunta), esibito sul palco da Paolo Fresu. Per non parlare dall’ennesima versione da saltimbanco di Maple Leaf Rag da Bollani, per me priva di reale sostanza musicale e fatta solo di insignificante virtuosismo, utile solo a stupire un pubblico di bocca buona avvezzo agli spalti da stadio o a quelli del circo equestre. Questo non ha nulla a che fare, chiarisco, con l’entertainment musicale americano con il quale si sono sempre esercitati i jazzisti americani, come in molti, sono certo, si appresterebbero ad accennare per argomentare una confutazione sul tema.

Mi pare ci sia una evidente contraddizione e che le spiegazioni circa la continua riproposizione dei “soliti noti”, come si dice abitualmente, siano razionalmente solo due: o non è vero che il jazz italiano sia così valido in termini di qualità e quantità di proposte e talenti e si ripiega allora sui pochi musicisti da tempo affermati, o semplicemente si predispongono cartelloni dei festival solo per ragioni di botteghino, fregandosene dell’acculturamento e aggiornamento musicale, ponendo in visione e all’ascolto del pubblico nuovi talenti, in grado di proporre anche qualcosa di meglio.

A voi la scelta.

Tornando invece a bomba a cose musicalmente più serie , vorrei oggi omaggiare l’arte musicale (prima che solo virtuosistica) del grande Gary Burton, con un filmato che ho rintracciato in rete relativo ad una sua notevole esibizione in quartetto del 1970, in un periodo in cui la musica di Burton risentiva molto delle influenze rock, blues, country e quant’altro in voga in quegli anni.

buon ascolto

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