Due diversi modi di interpretare il song

Qual è la più grande cantante del jazz? In generale questo tipo di domande che tendono a generare classifiche in ambito musicale sono, ad essere generosi, improprie, se non del tutto fuori luogo, poiché ciascun musicista ha le proprie caratteristiche, la propria identità, il proprio modo di esprimersi etc., anche se certe differenze di valori si possono far emergere, ma nel caso di stelle di prima grandezza come lo sono state per il canto jazz Ella Fitzgerald e Billie Holiday si rischia di fare questioni di lana caprina o addirittura il non senso.

Si tratta di due artiste molto diverse tra loro, tuttavia alcune cose si possono dire ed evidenziare. Sul piano del canto puro e di cosa si intenda col termine “cantante” la Fitzgerald credo che non tema paragone alcuno: intonazione e tecnica di canto perfetta, grande senso dello swing, conoscenza vastissima del repertorio e del song americano, che ha contributo a esaltare e farlo conoscere nella sua grandezza a tutto il mondo, oltre ad una comunicativa e una disponibilità a donarsi sul palco che hanno e hanno avuto pochi confronti nell’intera storia del jazz. Una sorta di “The Voice” in versione femminile. Tuttavia, un tallone d’Achille si può evidenziare, ossia l’essere stata una relativamente debole interprete del blues, rispetto ad altre cantanti afro-americane molto più dotate di lei in quell’ambito espressivo. Un genere che ha affrontato più di rado (che io sappia esiste un solo disco dedicato integralmente al blues, These Are The Blues– Verve 1963) e che non è certo tra le sue cose migliori in discografia. Si rileva nel suo canto sul blues una certa carenza di pathos, per così dire, elemento che invece viene esaltato proprio nell’interpretazione di Billie Holiday, che, viceversa, ha una capacità espressiva unica, drammatica quasi in senso teatrale, mentre nella tecnica di canto e nei limiti evidenti dell’estensione vocale aveva il suo lato debole. Si potrebbe persino arrivare a sostenere che la Holiday non fosse propriamente una cantante, o meglio, era qualcosa di più e di diverso. In un certo senso era proprio più una jazzista, in quanto interpretava e “riscriveva” la canzone in modo estremamente personale, esattamente come avrebbe fatto un sassofonista o un trombettista del jazz. Non a caso si è spesso evidenziata la sua empatia e somiglianza con lo stile sassofonistico di Lester Young. In tal senso consiglierei di ascoltarsi, ad esempio, le versioni di All of Me registrate nel marzo 1941 dai due (comprese le alternate takes che sono meravigliosamente diverse), nelle quali si può apprezzare proprio questa prossimità, tendente alla simbiosi. Il fatto è che la Holiday riusciva ad esprimersi al meglio e ad emozionare stando anche solo nell’estensione vocale di un’ottava, o poco più, e certamente il suo personale tragico vissuto ha contribuito non poco a rendere memorabili certe versioni di The Man I Loveo I’m Fool To Want You.

Purtroppo molte cantanti, anche nazionali, generalmente provenienti dall’ambito della musica di consumo, dotate di scarsa tecnica ed estensione vocale, si sono illuse, pensando di poter interpretare un repertorio basato sul song americano alla stregua di Billie Holiday, non rendendosi conto delle enormi differenze in termini di proprietà linguistica, di pathos interpretativo e di vissuto con i quali la Holiday era in grado di compensare certi limiti tecnici, alla fine ininfluenti.

Con questo inizio settimana voglio perciò proporvi un confronto interpretativo su uno stesso brano tra le due cantanti, in cui le cose che ho tentato di descrivere si colgono perfettamente. In generale oggi preferisco la Fitzgerald come cantante jazz rispetto alla Holiday, mentre per decenni il primato soggettivo l’ho sempre assegnato a Billie. Nel caso particolare proposto, rimane comunque la mia preferenza per la versione della Holiday, che, nonostante i problemi evidenti nel timbro della voce degli ultimi anni, riesce a sfornare una versione davvero eccellente ed emozionante di I Thought About You.

Buon ascolto.

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