La grandezza di Chick Corea

Come quasi tutti i jazzisti che hanno avuto un periodo di forte riscontro commerciale e di pubblico negli anni ’70 con la fusion, Chick Corea per molto tempo è stato deplorato dalla nostra critica, ma in realtà si è trattato di uno dei più importanti pianisti e compositori del jazz comparsi dagli anni ’60. Personalmente lo considero una delle quattro colonne portanti del pianismo jazz per come ancora lo conosciamo oggi (quello realizzato dopo l’avvento di Bill Evans e la sintesi powelliana/monkiana) ai quali aggiungo ovviamente Mc Coy Tyner, Herbie Hancock e Keith Jarrett, oggi tutti abbondantemente settantenni. Forse dire ciò è una semplificazione (non riesco a non pensare ad esempio all’influenza di Ahmad Jamal sul pianismo odierno, che comunque è della generazione precedente, ma ha avuto una progressione più lenta in questo senso e tralasciando per un attimo il pianismo “free” di Cecil Taylor) ma comunque in prima approssimazione (come si direbbe in ingegneria) può essere accettata. Dei quattro citati, Tyner può essere considerato quello che si è mosso sempre in ambito jazzisticamente più ortodosso, mentre gli altri hanno, in modalità differenti, mostrato in carriera significative aperture verso generi e linguaggi diversi, ossia verso il rock, il rhythm & blues, il funk, il pop, la musica colta americana ed europea (anche contemporanea), i ritmi latini etc., realizzando sperimentazioni e sintesi linguistiche personali con un approccio più eclettico,  peraltro di frequentissimo riscontro negli improvvisatori odierni.

Devo dire che Corea rispetto agli altri l’ho apprezzato più col tempo. Dei quattro è certamente quello più influenzato da Bud Powell e Mc Coy Tyner (che per anzianità potrebbe essere considerato il capostipite fra loro)  ma rispetto agli altri ho sempre molto apprezzato il suo spiccato spunto ritmico nell’approccio alla tastiera (è nato come batterista, non a caso) e la conseguente fluidità con la quale inserisce in improvvisazione frasi di una bellezza folgorante. A livello compositivo ha prodotto un book di temi di assoluto livello, molto frequentato dai jazzisti di tutto il mondo. Non a caso il San Francisco Jazz Collective gli ha dedicato un intero progetto sulle sue composizioni, tra le quali si distinguono anche alcune prodotte nel tanto deplorato (ai tempi) Return To Forever. Oltre al celeberrimo Spain occorrerebbe citare di quel periodo almeno i temi di La Fiesta/Sometimes Ago, Crystal Silence, Times Lie, Captain Señor Mouse, Captain Marvel, Armando’s Rhumba, 500 Miles High, i Children’s Song, senza contare i precedenti Matrix, Litha, Tones For Joan’s Bones, Straight Up and Down, Windows, Samba Yantra. Anche nei lavori dei decenni successivi sono rintracciabili temi stupendi, come Eternal Child ad esempio,  che avevamo già portato all’attenzione su questo blog.

Anche in termini di piano solo, Corea ha saputo dire la sua, considerando che le sue Piano Improvisations vol. 1 e 2 sono da considerare dei capolavori del genere (oltretutto prodotti prima dell’epocale Facing You e relativo piano solo improvvisato di Jarrett). Un altro capolavoro assoluto, un vero masterpiece in termini stavolta di piano jazz trio, lo ha realizzato nel 1968 in Now He Sings Now He Sobs, in compagnia di Miroslav Vitous al contrabbasso e Roy Haynes alla batteria, di cui nell’occasione voglio proporre il brano omonimo. Un disco che non sente minimamente il passare del tempo.

Buon ascolto.

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