Un duetto ben oltre l’avanguardia

Nei discorsi sul jazz tra i jazzofili odierni, o presunti tali, spesso si associano, quasi in automatico, parole come “avanguardia” o “rivoluzione” quando si discute del movimento Free Jazz anni ’60 o, a maggior ragione, della musica post Free di Chicago, anni ’70. Quando invece si parla, per esempio, di Louis Armstrong (ammesso e non concesso che si conosca per davvero la portata della sua opera e il gigantesco ruolo che ha giocato nella musica improvvisata e nella cultura americana nel Novecento) si sottintendono concetti come “tradizione” e “jazz tradizionale”, o “classicità”, insomma, roba valida ma poco meno che “superata” (da che cosa, di grazia?) e che ormai possiede null’altro che una funzione di memoria e informazione storica, tutto sommato non così necessaria per comprendere la musica improvvisata odierna. Si sottintende cioè una idea di “progresso” e “progressività” musicale nel jazz, in cui la fase successiva pare annichilire e invecchiare istantaneamente la precedente. Se la si pensa diversamente, si è considerati dei “conservatori” o “reazionari”, come se si parlasse di ideologie politiche anziché di musica e di una musica dai contorni costitutivi così peculiari come quelli del jazz. Analogo trattamento viene riservato al jazzista e improvvisatore di turno che utilizza schemi per improvvisare o comporre propri del canone jazzistico che si è consolidato nei decenni, magari proprio partendo dalle visionarie innovazioni portate da figure musicali gigantesche come quella di Armstrong. Secondo alcuni, portando solo un esempio, improvvisare oggi secondo le forma chorus del blues e della canzone è una faccenda ormai abbondantemente “superata” e che, oltretutto, limiterebbe sempre e comunque le potenzialità dell’improvvisatore stesso. Una visione integralista che, pur avendo parziale giustificazione e riscontro, annullerebbe in un sol colpo quasi il 90% della produzione di musica improvvisata all’interno del jazz costruita su tali schemi, tra cui anche massimi capolavori. Il che, per una cultura musicale come quella americana che ha fatto del “song” la sua colonna portante mi pare un po’ troppo.

Innanzitutto occorrerebbe accertarsi se concetti come “progresso” ed “evoluzione”, oltre a quelli già accennati, siano da trasporre pari pari e da intendersi come normalmente li intendiamo in una tradizione musicale dalle radici culturali così diverse da quelle a noi (europei) note. Come infatti si rilevava giustamente in uno scritto che avevo trovato in rete a proposito delle “origini del jazz” (e di cui non ho potuto rilevare il nome del suo autore) : “…seguendo lo sviluppo storico di questa musica  ci si troverà spesso dinanzi a una sequela di revivals, che spesso non sono che repliche di un modello considerato originario o per lo meno il più funzionale alla definizione d’‛identità’ dei neri del Nordamerica”. Il che spiegherebbe molte cose circa il fatto di come i jazzisti americani delle nuove generazioni (e in particolare africano-americani come giustamente si accennava nello scritto) continuino a riprendere certi schemi e ad attingere alla propria tradizione musicale per produrre la loro musica, “guardando avanti”, per così dire. Il che dovrebbe far dubitare chi parla esclusivamente di “conservazione” e “reazione musicale” all’ascolto di certa musica. Certo, il revival fine a se stesso è sempre esistito nel jazz, ma magari occorrerebbe valutare meglio caso per caso, rimanendo il fatto che un improvvisatore di “free” puro oggi fa esattamente del revival tanto quanto una band di Dixieland. Pertanto, considerare oggi per “avanguardia” o “avanzata” musica di 40-50 anni fa, dovrebbe, se non far sorridere, almeno far sorgere qualche dubbio a chi lo pensa ancora seriamente.

Piuttosto, pare che ci si dimentichi oggi inopinatamente della portata, questa sì davvero rivoluzionaria e fuori misura che ha avuto un capolavoro come Weather Bird inciso in duetto tra Earl Hines e Louis Armstrong nel 1928 e come esecuzioni di questo genere posseggano ancora una sorta di “onda lunga” di influenza nel jazz, oltre ad una freschezza musicale senza tempo, propria dell’arte autentica. Come sosteneva Gunther Schuller nell’analisi di questo pezzo su “Il Jazz- il periodo classico” (edizioni EDT) : “Questo duetto possiede una coesione quale di solito si attribuirebbe a una composizione lucidamente premeditata. Quando pensiamo che è il risultato di una creazione spontanea e frutto dell’attimo fuggente, possiamo solo stupirci della musicalità che vi dispiega. Tutto questo ci ricorda che il jazz, nelle mani di simili maestri, è un’arte, e in tali casi è molto lontano dall’arbitraria immagine, tutta viscerale, che molti appassionati coltivano“.

Le implicazioni che un duetto di questo genere ha manifestato sul jazz dei decenni successivi sono molte e sono state abbondantemente ben analizzate sotto vari aspetti da musicologi del livello di Schuller, a cui rimando. Per esempio, si potrebbe dire che abbia inaugurato quella sorta di “jazz da camera” e la lunga serie di esibizioni concertistiche e discografiche in duo che ritroviamo disseminate nel jazz moderno e contemporaneo. E vero che già Jelly Roll Morton e King Oliver nel 1924 si erano esercitati in quell’ambito in King Porter Stomp e Tom Cat Blues, ma la modernità di questa interpretazione visionaria del tema di Armstrong (Weather Bird Ragche Schuller nel testo citato attribuisce a Oliver) inciso dalla Creole Jazz Band nel 1923 e comprendente lo stesso giovane trombettista, non ha paragoni.

Ascoltare e confrontare per credere.

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