Il più grande clarinettista di tutti i tempi

1230403Su questo blog parliamo spesso di tanti grandi jazzisti che sono stati messi immeritatamente nel dimenticatoio o sono stati sottovalutati, il che può anche dipendere dal parere e dall’opinione di ciascuno, ma sostanzialmente a mio avviso è la conseguenza di un approccio “modaiolo” che, se ci pensate bene, è in contraddizione con il fatto di considerare il jazz come “musica d’arte”. Se lo è davvero, dovrebbe essere trattato alla stregua della musica colta, dove nessuno si sognerebbe di non ascoltare Palestrina o Monteverdi perché “è musica superata”, ma nel jazz ciò pare avvenire abbastanza regolarmente.

Faccio questa premessa, perché trovo inspiegabile, per non dire assurdo, che oggi non vi sia pressoché più nessuno che parli di un musicista e strumentista geniale ed importantissimo per il jazz quale è stato Benny Goodman (Chicago, 30 maggio 1909 – New York, 13 giugno 1986), semplicisticamente etichettato dai più come il protagonista della “Swing Era” e del jazz inteso come musica popolare (caratteristica che in realtà non ha mai perso) e da ballo. Un periodo considerato banalmente solo come una sorta di enorme balera, quando invece è stato un periodo decisivo di transizione verso la formazione del linguaggio del jazz moderno. Goodman, in questo senso, non è stato solo un grande big band leader e un formidabile clarinettista, ma, con i suoi Small Combo di fine anni ’30, ha posto le basi formali e procedurali per la formazione dei complessi be-bop e relativo sviluppo del jazz per piccole formazioni. Senza contare che musicisti come Charlie Christian, pioniere del jazz moderno e della chitarra elettrica, è stato da lui scoperto e inserito nelle sue formazioni. Peraltro esistono registrazioni degli anni ’40 e ’50 che mostrano Goodman cimentarsi senza particolari difficoltà con un linguaggio più moderno, perciò non è adeguato etichettarlo in modo banalmente stereotipato e semplicistico con l’appellativo di “The  King of Swing”.

In realtà Goodman era un musicista talmente preparato e duttile da poter essere rispettato anche in ambito accademico. Non sono poche le sue partecipazioni come clarinettista a incisioni in tale ambito e compositori come Hindemith, Bartók, Copland e Bernstein hanno perfino dedicato delle composizioni a lui.

Non sto a ripercorrere tutte le tappe della sua luminosa carriera, che lo hanno portato dalla povertà del ghetto ebreo di Chicago ad essere uno dei maggiori protagonisti dell’evoluzione del jazz e uomini di successo della musica americana tutta. Dico solo che si tratta ancora oggi di uno dei maggiori musicisti bianchi che il jazz ha saputo produrre, all’altezza degli analoghi colleghi afro-americani. Un autentico gigante e un genio del jazz, ma, chissà come, non ne parla più nessuno.

Diversi critici sono dell’avviso che Goodman abbia avuto lo stesso significato per il jazz come Elvis Presley l’ha avuto per il Rock’n’Roll. Benny Goodman ha saputo avvicinare il giovane pubblico bianco alla musica “nera” e ha contribuito a far superare la discriminazione razziale negli Stati Uniti, nei difficilissimi anni ’30. Certo non cosa di poco conto anche oltre la musica.

Propongo allora per l’occasione alcune sue incisioni fatte ben oltre il periodo della Swing Era e con formazioni ridotte nelle quali si possono apprezzare, anche per la qualità delle registrazioni, le sue doti di strepitoso strumentista e improvvisatore. Tra le tante, una magnifica versione di Slipped Disc registrata nel 1955 dal vivo con un super gruppo di jazzisti di prim’ordine e l’intera sessione Capitol periodo 1944-55 che è tutta da gustare.

Buon ascolto.

 

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