Roscoe Mitchell e l’eterna “avanguardia”

Da osservatore del jazz e del relativo ambiente ormai da 40 anni suonati, penso di poter esprimere una opinione, per quanto soggettiva, su specificità e frequentazioni di luoghi comuni che il pubblico del jazz, purtroppo oggi sempre più ristretto e invecchiato, tende a manifestare nei giudizi sui musicisti e relativa musica prodotta. Ad esempio, l’uso stereotipato di termini come “avanguardia”, riferendosi, nel 2017, a musiche di ormai quasi mezzo secolo fa e a musicisti che hanno ormai oltrepassato la settantina, avviandosi ad un inevitabile declino fisico e creativo (energia e creatività, sono due elementi assai più connessi di quanto comunemente non si creda). Percorso peraltro seguito da pressoché tutti i più grandi jazzisti e improvvisatori della storia (a parte rarissime eccezioni), specie se applicati a strumenti come quelli a fiato, che richiedono anche una capacità “fisica” non indifferente nel suonarli. Pertanto non si capisce per quale ragione qualcuno oggi ne possa essere ritenuto esente, a meno che si facciano delle proiezioni mentali nelle quali si tende a confondere il desiderio di mantenere intatte tali capacità all’infinito per i propri beniamini, assurti a icone, la cui musica ha probabilmente fatto da colonna sonora ai propri anni giovanili un po’ “scapestrati” (forse solo a parole, però…). Un modo come un altro per sentirsi eternamente giovani e eternamente “all’avanguardia”, in una modalità che in fondo non trovo molto differente da quella di chi oggi rimembra il proprio passato ascoltando Lucio Battisti o la musica dei Rolling Stones.

Il fatto è che le cose stanno in modo diverso, poiché la musica non sta ferma e va dove vuole lei, non dove ciascuno di noi vorrebbe che andasse, mentre è poi la storia a decidere l’importanza di musiche e musicisti e non certe forzature derivate da opinioni del momento di ciascuno di noi. Occorre tenerlo ben presente. E’ un lungo discorso che qui non riuscirei in un breve articolo ad affrontare nella sua completezza e nelle sue varie sfaccettature sociali, politiche, culturali e persino antropologiche. Quindi mi limito a questo breve accenno, riproponendomi di affrontarlo in altre circostanze.

Il preambolo prelude oggi perciò alla proposizione di un compositore e improvvisatore della cosiddetta “avanguardia di Chicago” che i più nell’ambiente considerano impropriamente e pregiudizialmente ancora  “avanguardia” in base, a mio avviso, a quanto appena scritto.

Roscoe Mitchell, ormai settantasettenneè per molti un’icona di tale avanguardia e tale è rimasto nei decenni nella considerazione di molti, non capendo che in realtà ciò che era sperimentazione e avanguardia 50 anni fa non può essere considerata in alcun modo alla stessa stregua oggi, rientrando perfettamente in una forma di “classicità”, nel migliore dei casi. In altri, diventa invece semplicemente un’esperienza superata oggi dagli eventi e storicizzata, che va collocata nel suo contesto storico. Pertanto assistere a certe battaglie verbali su cosa e chi oggi sarebbe “conservatore” o “progressista”, oppure “avanzato” o “tradizionale” a seconda se si sia sostenitori di Wynton Marsalis piuttosto che di Anthony Braxton, giusto per dire, la trovo una battaglia faziosa ridicola, decontestualizzata, priva di senso e di logica, in cui gli attori in campo sono le persone che sostengono certe tesi e non la musica, che diventa alla fine solo un mezzo di autoaffermazione e uno strumento utile per darsi un’identità culturale e intellettuale che magari non si possiede, non certo per far chiarezza sul tema. Non vorrei risultare cattivo, o suscitare malumore, ma conosco decine di appassionati che dicono di apprezzare le suddette avanguardie e di disprezzare Marsalis che sono musicalmente quasi analfabeti. Perciò mi domando, con quali strumenti e su quali basi si formano certi giudizi, sia in positivo che in negativo?

Nonaah è una delle composizioni più registrate da Roscoe Mitchell, peraltro in diverse modalità: in solo, in gruppo, o per soli sassofoni. La prima versione, se non erro, era presente su Fanfare  For The Warriors (Atlantic 1973), uno dei dischi più noti dell’Art Ensemble of Chicago. Un’altra, in solo e brevissima, sta su Solo Saxophone Concerts (Sackville-1973) mentre altre due, una in solo lunga più di venti minuti, e l’altra per soli sassofoni, stanno sull’album doppio omonimo pubblicato nel 1977 da Nessa.

A mio avviso, sono le più rappresentative sia delle intenzioni musicali di Mitchell, sia utili a comprenderne meglio la concezione (al di là se si apprezzano o meno, ma questa è un’altra storia…). Quella in solo, registrata dal vivo a Willisau nel 1976, colpisce in particolare per la forte componente dissacratoria, spiazzante e musicalmente anticonformista (ma un anticonformismo di allora, però, oggi lo sarebbe molto meno), quasi ad urtare le attese di un pubblico che infatti reagisce ad un certo punto rumoreggiando tra stupore, sorpresa, approvazione e disapprovazione, a seconda dei diversi umori dei singoli.

Si tratta di una improvvisazione fatta di lente e progressive micro variazioni tonali e sulla lunghezza delle note, esercitate con un ragguardevole controllo tecnico, agendo sulla timbrica dello strumento, basandosi su bruschi salti intervallari alternati a improvvisi silenzi, il tutto prendendo spunto da una frase musicale composta di otto/nove note ripetuta all’infinito.

La seconda, che purtroppo non ho trovato in rete, è invece interessante perché mostra pienamente la struttura formale dell’intera composizione, concepita in tre parti e musicalmente più “ortodossa”, per così dire.

Ora, Mitchell e questo genere di musica, come avrete capito, “it’s not my cup of tea”, come direbbero gli anglosassoni, però non si può dire che questo genere di cose non desti l’interesse e l’attenzione dell’orecchio di ciascuno e certamente ha fatto parte della necessaria sperimentazione (ma di più di 40 anni fa, non di oggi). Lascio poi a ciascuno una propria opinione in merito, positiva o negativa che sia. Personalmente, mi limito ad osservare che il basare la propria estetica puntando in modo così preponderante sulla ricerca timbrica e fonica, o su certi aspetti strutturali, sia musicalmente un po’ troppo poco in ambito di musica improvvisata, e alla lunga possa stancare (tanto quanto potrebbe stancare oggi sentire del Dixieland, giusto per dire). Ritengo che se la musica nei secoli ha sviluppato così tanto gli aspetti melodici, armonici o ritmici, qui ridotti al minimo, una qualche ragione ci sarà pur stata, più che altro per non puntare dritti verso possibili vicoli ciechi. Pensare di costruire una intera carriera solo su questo e che ciò sia considerabile eternamente “avanguardia”, mi pare una pia illusione, più che una pretesa. Per quel che mi riguarda, questa musica non lo è più e da un pezzo. L’impressione che ho sempre quando leggo recensioni entusiastiche che parlano aprioristicamente di genio e visionarietà su cose di questo genere è che certi discorsi siano solo funzionali più che altro a giustificare una serie di musiche improvvisate europee di derivazione jazzistica, molto prossime a questo, ma può essere che mi sbagli.

Oltre alla lunga versione in solo, propongo anche quella registrata con A.E.O.C, giusto per disporre per chi ascolta almeno di qualche punto di riferimento.

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