Snarky Puppy e l’attualità dei collettivi strumentali

Nell’ultimo decennio intorno al jazz e alla musica improvvisata più in generale, sono comparsi sulla scena diversi collettivi di giovani musicisti che, unendo le forze, hanno realizzato progetti musicali ben più che interessanti non esclusivamente legati al jazz. Basterebbe citare SF Jazz Collective, Next Collective, Soil & “Pimp” Sessions, di cui abbiamo già parlato questa settimana e, buon ultimo, Snarky Puppy,  un esuberante ensemble strumentale di Brooklyn a formazione variabile guidato dal bassista, compositore e produttore Michael League, che agisce musicalmente trasversalmente ai generi musicali.

La band si è formata a Denton, Texas, nel 2004, ed è formata da una coalizione di quasi 40 musicisti cui poter attingere, ma il nucleo del gruppo è costituito da Michael League, Robert “Sput” Searight, Nate Werth, Larnell Lewis, Shaun Martin, Cory Henry, Justin Stanton, Bill Laurance, Bob Lanzetti, Chris McQueen, Mark Lettieri, Mike Maher e Chris Bullock. Per lo più si tratta di turnisti, o sideman, che nel tempo libero si riuniscono in studio per registrare album senza particolari ambizioni commerciali, ma che evidentemente riescono ad essere apprezzati da pubblico e critica. Hanno infatti pubblicato il loro album di debutto nel 2006, con già al loro attivo ben 11 pubblicazioni, di cui l’ultima, Culcha Vulcha (Universal, 2016) ha recentemente portato a casa il secondo grammy nel settore miglior album strumentale di musica contemporanea (terzo in totale).

Potete leggere un’intervista raccolta da Musica Jazz  al fondatore, leader e portavoce del gruppo,Michael League, al seguente link

A seguire, propongo un paio di video sulle loro esibizioni dal vivo. La prima comprende come ospite anche il violinista Zach Brock, uno dei tanti jazzisti di gran talento pressoché ignoti al pubblico, perché regolarmente ignorati dal sempre più monotono e stantio panorama delle proposte concertistiche nazionali dedicate al jazz e alla musica improvvisata. Di fatto, si ripiega costantemente sui soliti nomi, oppure su musiche totalmente fuori contesto, per cercare forse di tappare i buchi in platea che in questi decenni si sono creati ed allargati grazie a proposte poco stimolanti, se non proprio noiosamente ripetitive, ribadite sino alla nausea con pervicace, autolesionistico impegno, ma si sa, la proposta jazzistica in Italia funziona come tutto il resto, cioè, non funziona. Sarà anche qui “colpa dell’Europa”…

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