La carica di Little Jazz

royeldridgeonvogueDovrebbe essere nota a tutti i jazzofili degni di questo nome l’importanza della figura di Roy Eldridge (1911-1989), trombettista considerato giustamente l’anello di congiunzione tra il solismo classico di Louis Armstrong e quello più moderno di Dizzy Gillespie, che non a caso prese le mosse per definire il suo stile proprio da quello di “Little Jazz”, il nomignolo affibbiato a Eldridge sia per la sua bassa statura, sia per il fuoco jazzistico che sapeva mettere nei suoi pirotecnici assoli.

La caratteristica che infatti aveva era quella di affrontare qualsiasi esibizione con un entusiasmo e un vigore tali da far sembrare ciascun concerto come il più importante della sua carriera, una dote questa mantenuta da Eldridge sino a quando gli è stato fisicamente possibile e che negli improvvisatori di oggi è relativamente carente, con troppi di costoro impegnati a darsi un’apparenza da intellettuali della musica, o magari troppo presi a mettersi in pose plastiche sul palco invece che a concentrarsi sull’impegno concertistico, o sulla bontà della propria musica. Tiro in ballo qui un argomento polemico apparentemente fuori tema, ma non del tutto, poiché troppe volte ho riscontrato un atteggiamento paternalistico verso jazzisti della vecchia scuola, come Armstrong, Eldridge, o lo stesso Gillespie che in apparenza amavano non prendersi troppo sul serio in pubblico, ma che in realtà hanno dimostrato di essere figure geniali della musica improvvisata e forse “intellettuali” molto più seri di certi improvvisatori d’oggi che si presentano con barba folta e occhialetti d’ordinanza con l’aria seriosa, conformandosi a certi nostri stereotipi su come debba essere visto un intellettuale. Un modo come un altro per non voler comprendere culture e modalità comportamentali che fondamentalmente non ci appartengono e, in fondo, non ci interessa davvero comprendere.

Al di là di tutto questo, rimane però la musica di Roy Eldridge che qui vi propongo su due modalità espressive differenti. Il primo è un brano swingante dal carattere quasi autobiografico, visto che è intitolato proprio Little Jazz, mentre il secondo, più introspettivo è il noto ( o almeno dovrebbe esserlo) I Remember Harlem.

Buon ascolto e buon inizio settimana con la tromba di Roy Eldridge

2 pensieri su “La carica di Little Jazz

  1. Un trombettista che ho molto amato figura di riferimento nell evoluzione del linguaggio..unica lacuna se posso permettermi un ‘ intonazione non sempre perfetta..

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    1. Sull’intonazione può essere, non so, ma sottolineerei che il discorso della perfezione del tono andrebbe affrontato comunque tenendo conto di una cultura musicale, quella afro-americana, che non ha mai dato particolare peso a questo aspetto, facendo prevalere le necessità espressive. Altrimenti che dovremmo dire di Ornette Coleman, Jackie McLean, Don Cherry o Eric Dolphy?

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