La visione globale del Duca

Parliamoci chiaro: per parlare seriamente di Duke Ellington e del ruolo che ha avuto nella musica americana, ossia ben oltre il jazz, dovrei dedicargli almeno un post a settimana. Passa il tempo, passano le stagioni stilistiche e i musicisti, ma la sua musica mi rimane sempre nelle orecchie senza mai sembrarmi datata e, al contrario, apparirmi nella sua fulgida grandezza. Si è trattato senza dubbio di uno dei compositori più importanti del Novecento, ma rimango convinto a distanza di tempo che se non avesse avuto la pelle nera avrebbe avuto un riconoscimento anche a livello accademico ben superiore. Non che la cosa dovesse essere importante, perché il jazz quando arriva a certi livelli ha ben poco da invidiare alla musica cosiddetta “colta” (perché, quella del Duca non lo sarebbe?) e non ha alcun bisogno di dover ricevere approvazioni o certificazioni da chicchessia, o debba mantenere atteggiamenti culturalmente succubi di qualsiasi tipo. Peraltro, Ellington era un nazionalista afro-americano, certo non arrabbiato come altri, al di là cioè del suo fare elegante e accattivante con tutti, ossia sempre animato da uno spirito pacifico e convintamente integrativo all’interno delle mille contraddizioni della società americana, ma certo non scherzava sul tema.

Una delle cose che però a distanza di tempo mi risulta sempre più evidente è che quella che oggi viene sbandierato come un innovativo processo di globalizzazione linguistica del jazz a seguito delle cosiddette “contaminazioni” subite nel tempo, lui l’aveva già ben in mente e realizzato magnificamente nelle sue composizioni del suo ultimo, assai creativo, periodo di vita, tenendo comunque sempre la barra ben dritta in direzione della propria cultura musicale di riferimento.

Ne è una chiara  dimostrazione la sua Afro-Eurasian Eclipse, una suite registrata nel 1971 che presentava già allora una visione “unificata” della musica mondiale con al centro il jazz, prendendo spunto dai contributi “continentali”  da lui assorbiti e stupendamente sintetizzati durante le lunghe ed estenuanti tournée mondiali con la sua orchestra. A mio avviso un capolavoro di una mente davvero visionaria, in cui anche sul piano dei generi sintetizzati, potete trovare di tutto, all’interno del jazz e oltre il jazz, specie sul piano ritmico, ritmi rock  e free compresi.

Per l’occasione dovrei proporvi l’opera nella sua interezza, per la bellezza e il profondo significato dei vari brani, ma ne scelgo solo uno per farvi apprezzare quanto egli sapesse essere anche “d’avanguardia” nel comporre e far eseguire la sua musica. Qui siamo oltre i generi, le categorie e certi inutili steccati musicali, siamo solo di fronte alla Musica.

Buon ascolto

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