Branford Marsalis quartet, (quasi) first edition

Citare in positivo il cognome Marsalis in questo paese comporta il rischio della scomunica jazzistica e di essere messi nel calderone del bieco conservatorismo jazzistico. Insomma, tutto il campionario pseudo dottrinale a cui occorre sottostare se non ci si conforma al pensiero critico dominante, pena essere considerati dei sempliciotti incompetenti (e chi se ne frega, dico io…). Non è poi importante andare a confrontare se certe nette opinioni negative abbiano dei riscontri nella realtà musicale, l’importante è essere sulla stessa linea, costituire una fazione, un partito o semplicemente una élite esclusiva. Confrontarsi è un dettaglio trascurabile, ritenendo non necessario mettere in gioco le proprie idee e così tutti gli anni assistiamo regolarmente al gioco delle tre carte dei sondaggi di fine anno nei quali si iterano da decenni gli stessi nomi, sia nazionali che internazionali, di musicisti ormai attempati e che da tempo hanno detto quel che dovevano dire, mentre la musica nel frattempo magari va da qualche altra parte, ma l’importante è non parlarne, far finta che non esista. Il che ha creato nel tempo una narrazione jazzistica parziale, deformata, se non persino mistificata. Poi ci si lamenta del perché il pubblico intorno al jazz sparisce. Certo, le motivazioni sono plurime, ma darsi l’abusato alibi del “pubblico ignorante” non in grado di comprendere comincia a diventare stucchevole e banalmente indulgente con se stessi.

Ora, probabilmente questo discorso in parte può riguardare anche la famiglia Marsalis composta nei suoi più noti esponenti da musicisti che hanno superato da tempo la cinquantina e sono sulla breccia da tempo, ma fa sorridere il notare come musicisti di questo spessore, celebri in tutto il mondo, in questi decenni non abbiano avuto modo di ricevere, non dico un premio dalla nostra critica, ma nemmeno forse un voto, magari citando in alternativa nomi di musicisti che sono rimasti di nicchia se non addirittura scomparsi in quell’oblio nel quale si vorrebbero invece cacciare musicisti come i Marsalis.

Se alcune critiche rivolte a loro hanno avuto e hanno ancora un loro perché (certamente non si tratta di innovatori, tanto per dire, ma di quanti si potrebbe dire la stessa cosa? A meno che si pensi sul serio che i nostri più popolari jazzisti autarchicamente tanto strombazzati lo siano maggiormente, il che oltre ad essere una chiara faziosa mistificazione, servirebbe solo a rendersi inattendibili).

Branford Marsalis è il fratello maggiore della folta schiera di musicisti jazz appartenenti alla famiglia Marsalis, il cui membro più famoso è probabilmente il trombettista Wynton, dal quale si distingue per una visione del jazz più aperta e meno conservativa. In un certo senso come musicista ha avuto un percorso di crescita e maturazione più interessante del fratello, risultando oggi tra i sassofonisti e improvvisatori più importanti sulla scena. Branford ha derivato il proprio stile inizialmente da John Coltrane, Sonny RollinsWayne Shorter e dal post bop, ma col tempo si è approssimato anche a modelli più classici come quelli di un Ben Webster e al soprano, d’altro canto, a quelli più avanzati di uno Steve Lacy (riferimento pressoché inevitabile per qualsiasi sopranista odierno che si rispetti), restando comunque sempre ben ancorato alla sua tradizione musicale. Dobbiamo fargliene una colpa di questo? Non credo proprio, ma ormai questo è l’atteggiamento critico più in voga in questo “strambo” e immotivatamente pretenzioso paese verso gli altri, mentre è sempre eccessivamente indulgente verso se stesso.

Non sto a dilungarmi oltre con polemiche o note biografiche che potrete trovare anche in rete, se vi interessa approfondire. Mi limito a proporre un suo estratto da un concerto giovanile registrato al Newport Jazz Festival col suo splendido quartetto di allora, nel quale possiamo ammirare anche quel grande pianista che è stato Kenny Kirkland (di cui avevo già parlato su questo blog)e che per troppo poco tempo abbiamo potuto apprezzare ed ammirare. Il brano è Yes Or No di Wayne Shorter.

Buon ascolto e buon fine settimana.

 

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