Che cos’è il blues feeling?

In musica un ascolto è meglio di tante parole, cioè essa stessa è in grado di spiegare concetti che a parole non si riescono a tradurre completamente. Occorrerebbe sempre tenerlo presente per non sopravvalutare pateticamente i propri scritti in materia.

Il blues, come si sa, è stato ed è ancora uno dei maggiori contributi che la cultura musicale africano-americana ha saputo fornire alla cultura americana, jazz compreso, essendo stato in grado di estendere la propria influenza a tutta la musica americana e oltre, facendo, per così dire, da collante di quel grande mix di contributi culturali, pressoché unico al mondo, che si è potuto presentare  nel continente nordamericano. Ciò perché il blues è riuscito ad andare anche oltre il proprio bacino culturale e ambito formale, penetrando in particolare nel cosiddetto “song” americano in termini di interpretazione dello stesso. La capacità che infatti molti musicisti e improvvisatori, per lo più afro-americani, hanno saputo manifestare nell’introdurre il blues negli abbellimenti e nel feeling delle canzoni è stato quel “quid” che ha reso immortali molti grandi temi e melodie del cosiddetto “Great American Songbook”. Basterebbe citare, solo ad esempio, come diversi cantanti afro-americani del soul e del pop abbiano saputo esaltare le qualità delle composizioni di un Burt Bacharach (Aretha FranklinIsaac Hayes, Stevie Wonder o Luther Vandross, giusto per citarne qualcuno) e così pure per diversi strumentisti con spiccate qualità “vocali” e un intenso blues feeling nel suono del proprio strumento. Questo spiega anche perché il jazz storicamente abbia sempre avuto rapporti forti e costanti con la canzone popolare e tuttora continui a manifestarli. Tuttavia, c’è chi ritiene (a mio avviso discutibilmente) che l’utilizzo di entrambi gli elementi, ossia il blues e la canzone, costituiscano oggi un limite per il percorso di un jazz immaginato in continuo progresso e transizione verso altri lidi formali e strutturali, ai quali dovrebbe approdare per giungere ad una sorta di nobilitazione artistica, decisa non si sa bene da chi e su quali basi. Personalmente invece ritengo che il jazz abbia già da tempo raggiunto una sua nobiltà artistica lavorando principalmente su strutture semplici e che non abbia necessità di alcuna certificazione da parte di alcuno, men che meno da certe sedicenti élite critiche che manifestano forse l’intento di voler “sdoganare” il jazz in ambiti accademici (che sostanzialmente del jazz se ne fregano) e hanno la pretesa di voler indirizzare questa musica a propria immagine e somiglianza (quindi esteticamente in diversi casi mica tanto piacevole, viste le facce che gli girano intorno…).

Al di là delle battute più o meno scherzose, oggi voglio proporvi alcuni brani di un grande strumentista e improvvisatore del jazz, ma non solo del jazz (lui stesso diceva di non voler essere etichettato in alcuno specifico ambito stilistico, o di genere), come Stanley Turrentine (1934-2000). Un grandissimo del sax tenore, tra i migliori in assoluto, dalla voce possente e che in questo periodo sto approfondendo. Turrentine è l’epitome di ciò che si potrebbe intendere per blues feeling e capacità di introdurlo in qualsiasi tema o canzone da interpretare.

Ne porto qui all’ascolto degli esempi. Il primo è una improvvisazione su uno splendido brano di Neal Hefti, arrangiatore e compositore delle orchestre di Woody Herman e Count Basie, oltre che di famose colonne sonore dei film, il secondo riporta una magnifica interpretazione su un celebre brano di Burt Bacharach, il terzo su un tema ritmato di Stevie Wonder, entrambi compositori tra i suoi preferiti.

r-2862193-1351810781-7825-jpegMidnight Blue

r-1001280-1369082501-9778-jpegWhat The World Need Now Is Love

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