Un gigante del sassofono mai abbastanza lodato

Dite quel che volete e posso capire chi la pensa diversamente, ma più passa il tempo e più considero Sonny Rollins uno dei più grandi improvvisatori di tutti i tempi e forse il tenorsassofonista più grande per tecnica, inarrivabile capacità melodico-ritmica in improvvisazione e vasta confidenza armonica.

E Coltrane? dirà qualcuno? Bé, certo, Rollins non ha avuto la stessa vasta influenza anche oltre il sassofono di Coltrane, per varie ragioni, ma non possedeva meno talento, e pur avendo amato molto la musica del sassofonista di Hamlet,  sul piano meramente strumentale continuo a preferirgli Rollins. Forse sarò anche troppo influenzato dalla mia soggettiva esperienza sullo strumento nel dare questo parere, ma devo dire che mentre alle frasi e all’approccio di Coltrane riuscivo (vagamente) ad approssimarmi, il modo di suonare lo strumento di Rollins, il suo suono e soprattutto quella capacità di affrontare la melodia da improvvisare e improvvisata con una fantasia ritmica unica negli accenti, non riuscivo nemmeno ad accennarli, anche cercando di copiare nota per nota i suoi assoli.

Da tempo sono arrivato alla conclusione che ciò che fa il grande improvvisatore nel jazz e ciò che lo caratterizza sia la capacità di affinare una cultura ritmica ed essere in grado di esplicarla. Per questo reggo pochissimo certa musica elegiaca, quasi aritmica, che oggi va per la maggiore e che a stretto parere personale ha ormai pochissimo a che fare col jazz.

Già cosa è o non è il jazz oggi…argomento pericoloso? Capzioso? Inutile? Può essere tutto questo e oltre, oppure no, non so. Dipende. So solo che la confusione in materia regna sovrana e certo non è che si contribuisca molto a chiarirlo. Ciascuno può avere una propria risposta o semplicemente ritenere di evitarla. Dico solo che l’unica cosa che si può fare è cercare di conoscere l’argomento il più possibile.

A tal proposito, proprio ieri mi è capitato di dialogare con un critico jazz che (peraltro su altro argomento) mi diceva che invidiava le mie certezze e la cosa mi ha fatto riflettere. In effetti nella vita si possono maturare certezze per due sostanziali ragioni: o per dei “credo” basati su dogmi (o più semplicemente dei pregiudizi), il che non richiede in realtà alcuna particolare conoscenza per esplicarli, o per aver operato un proprio percorso di approfondimento culturale sulla materia ed essere giunti a certe conclusioni (peraltro rinnovabili e sempre mutabili in divenire), che non necessariamente sono considerabili delle verità generalizzabili, tanto meno in una materia come la musica nella quale “possessori della verità” non esistono, né dovrebbero esistere, per quanto dalle nostre parti in diversi si esercitino da tempo in quel genere di ruolo, con dosi di ego che paiono fastidiosamente debordare alla lettura dei relativi scritti.

Credo che il bello della musica (e più in generale delle arti) sia proprio da ricercare nel fatto che permetta a ciascuno di costruire un proprio percorso umano, persino spirituale, prima ancora che culturale, o semplicemente estetico, confrontandosi con l’operato dei diversi artisti e geni che l’hanno saputa produrre ai più alti livelli. Null’altro.

Nel frattempo, e dopo questa sorta di riflessione ad alta voce, propongo l’ascolto di questo concerto danese del 1968 del Nostro che, accompagnato dalla  ritmica americana presente in territorio danese e usualmente utilizzata in quegli anni da Dexter Gordon (Kenny Drew al piano, NHØP al contrabbasso e Albert Heath alla batteria) produce un On Green Dolphin Street da par suo, con una coda finale in solo strepitosa, seguita dall’immancabile St Thomas.

Buon ascolto.

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