Un discepolo di Louis Armstrong

Uno dei classici errori che si fanno oggi col jazz è ritenere la musica del suo glorioso passato pressoché trascurabile, inutile da ascoltare, perché ormai “superata” e troppo “facile”. Sicché non ci si stupisce di trovare fruitori del genere che a malapena sono partiti da Miles Davis e John Coltrane senza conoscere una nota di, che so, Dizzy Gillespie o, men che meno dell’Armstrong degli Hot Five o dei Wolverines di Bix Beiderbecke.

Provo a confutare una idea a mio avviso bislacca del genere. Ci sono diverse contraddizioni da osservare.

1) Occorre decidersi sul fatto di considerare o meno il jazz una musica d’arte come la musica classica o semplicemente una sequenza cronologica di stili e mode musicali che si susseguono annullando i precedenti, un po’ come si fa con altri generi musicali di consumo. A nessuno in ambito accademico verrebbe in mente di considerare Vivaldi o Beethoven musica da non considerare perché “superata” e ascoltare solo la contemporanea, ma nel jazz una cosa del genere avviene ed è abbastanza comunemente accettata. Vorrei capire, nel caso, se devo trattare oggi Bessie Smith un ferro vecchio come Orietta Berti, Louis Armstrong come Nini Rosso, o gli Hot Five come i Camaleonti.

2) E’ una pretesa quella di comprendere davvero cosa sia il jazz oggi e dove vada se non si conosce adeguatamente la sua tradizione. Infatti la confusione sul tema pare regnare sovrana. Sicché oggi mi posso ritrovare tranquillamente Ludovico Einaudi o Ezio Bosso in un festival jazz, quando dovrebbe essere chiaro che non c’entrano una “cippa”.

3) Ritenere certa musica come quella che sto per proporvi “facile” è un superficiale errore dettato forse dal fatto che chi lo afferma non ha mai preso in mano uno strumento per eseguirla. Comunque bisognerebbe chiarire che “facile da ascoltare” non corrisponde sempre a “facile da eseguire”. Faccio un esempio recentissimo che forse sorprenderà (o addirittura scandalizzerà) molti e senza entrare nel merito del valore artistico espresso nei casi citati. La musica di “astratto lirismo” (come mi è capitato di leggere, ed è senz’altro vero, peraltro) espressa dal duo Vijay Iyer e Wadada Leo Smith che si sono esibiti sul palco del teatro Manzoni di Milano domenica scorsa riscuotendo ampi consensi è in realtà assai più “facile” da produrre di certo jazz tradizionale o di quello che sto per proporre. O meglio, richiede sul momento molte meno conoscenze musicali da parte degli esecutori (il che non significa che non le abbiano, o che automaticamente la musica non valga, chiarisco…).

Insomma, sta di fatto che jazzisti preparatissimi e bravi del passato come ad esempio Ruby Braff (ma si potrebbero citare altri, come Bobby Hackett ad esempio) non ci si degna più nemmeno di ascoltarli. Reuben ” Ruby ” Braff (1927 – 2003) era di Boston ed è stato un eccellente trombettista e cornettista, fortemente debitore di Louis Armstrong e in parte di Bix Beiderbecke. Ha saputo produrre un jazz tradizionale e un mainstream jazz in epoca di jazz moderno, poi non così scontato, anche se ovviamente non innovativo. Peraltro se ragionassimo solo per grandi innovatori, probabilmente ci ridurremmo ad una manciata di nomi nel jazz, il che oltre a essere ingiusto non terrebbe nemmeno conto delle caratteristiche formative “collettive” assai peculiari di questo complesso e articolato linguaggio musicale e della cultura cui fa riferimento.

Braff ha iniziato a suonare nei club locali negli anni ’40. Nel 1949, si è trovato a suonare con l’orchestra del clarinettista Edmund Hall (altro semi sconosciuto ai più) presso il Savoy Cafe di Boston. Si è poi trasferito a New York nel 1953, dove è stato sempre molto impegnato in concerti e in sala di registrazione, incidendo diversi validi dischi sia come leader che come sideman, condividendo diversi progetti con pianisti o chitarristi, tra cui Ralph Sutton, Dave Mc Kenna, Ellis Larkins, Dick Hyman, Hank Jones, Roger Kellaway tra i pianisti e George Barnes, Ed Bickert, Bucky Pizzarelli e Howard Alden tra i chitarristi.

Personalmente ho avuto occasione di ascoltarlo dal vivo una sola volta, in quartetto con quest’ultimo alla chitarra alla Grand Parade du Jazz di Nizza, a fine anni ’80, se la memoria non mi inganna.

Propongo perciò questo video in cui potrete apprezzare le sue qualità di jazzista autentico. Buon fine settimana con il jazz e Ruby Braff.

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