Mal Waldron in piano solo

Ecco l’esempio di un musicista che nel corso dei decenni mi ha costretto a rivedere seriamente certe opinioni iniziali, che si sono rivelate nel tempo e dopo ascolti più approfonditi gravemente errate. Lo dico, perché a volte noto come certe valutazioni sul jazz che si ascolta siano affrettate, epidermiche, modaiole e spesso prive di quei necessari strumenti culturali che stanno intorno a certe peculiarità di linguaggio che solo il jazz sa esprimere.

Di quali mie opinioni errate del passato parlo relativamente a Mal Waldron? Ad esempio attribuivo a questo grande artista, prima ancora che pianista jazz (e forse a maggior ragione grande compositore), una tecnica pianistica incerta, uno swing debole, un eccesso di approccio iterativo in improvvisazione, tra le altre cose, non rendendomi conto che inconsapevolmente parametrizzavo la valutazione o sui modelli del pianismo accademico, o pensavo implicitamente a pianisti del “jazz bianco” come Bill Evans e Keith Jarrett, piuttosto che Chick Corea, che hanno ben poco a che spartire con l’estetica e l’approccio allo strumento di Mal Waldron. Innanzitutto occorre rilevare che certo approccio poco ortodosso (ma rispetto a a cosa?) e fortemente percussivo di Waldron sullo strumento è caratteristico e comune a molti pianisti della tradizione afro-americana (e mica di secondo piano): da Earl Hines a Thelonious Monk e Horace Silver, sino a Mc Coy Tyner, Cecil Taylor, Don Pullen e oltre, pare evidente che i parametri di riferimento trascendano certi modelli consolidati nel pianismo della tradizione musicale europea che tendiamo automaticamente a considerare, né si capisce perché doverli applicare ad un linguaggio parecchio differente sin dalle sue radici culturali.

Tanto per intenderci, cosa potremmo dire relativamente ai pianisti suddetti della diteggiatura, della postura, del mancato uso del pedale e della quasi assenza del tocco, secondo i parametri del pianismo accademico? Solo che male, direi, e peraltro, contrariamente a quello che di solito si lascia intendere, sulla faccenda del tocco, ad esempio, quasi tutti i pianisti jazz difettano rispetto a quelli dell’ambito classico, se si escludono forse Art Tatum, Oscar Peterson, il primo Bill Evans e pochi altri. Dunque, di che stiamo parlando?

E’ evidente che l’ascolto di un pianista jazz e del jazz in generale richiede un cambio di contestualizzazione abbastanza importante, se non radicale, e come il continuare ad applicare parametri di valutazione sostanzialmente esogeni porti parecchio fuori strada, richiedendo invece all’ascoltatore di turno la pazienza e l’umiltà di entrare nelle pieghe di una cultura musicale che nella sostanza si conosce ancora troppo poco.

Ho accennato a questa specie di “outing” musicale più che altro per suggerire a ciascuno una possibilità di riflettere sulle modalità di ascolto quando ci si approssima al jazz, così magari (e lo dico apposta polemicamente) si eviterà in futuro di continuare a sopravvalutare il funambolico e sterilmente eclettico Bollani, trattandolo impropriamente (e in modo noiosamente”pop”) come genio del pianismo jazz e pianisti come Mal Waldron degli emeriti sconosciuti. Di fatto dovrebbe essere sempre il contrario.

Non sto a dilungarmi oltre con dati biografici e il racconto della molteplicità di esperienze musicali di questo grande artista, se non farvelo ascoltare in un suo notevole brano al piano solo.

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