Lee Ritenour e”l’orrenda” fusion

Se c’è una cosa che ho sempre mal sopportato in tanti anni di ascolti, letture e confronti con altri appassionati sul jazz è il riscontro continuo di pregiudizi (sia in positivo che in negativo), settarismi, luoghi comuni, cliché e quant’altro di cui abbonda l’ambiente italico intorno a questa musica e che a mio avviso si sovrappongono sempre all’ascolto con classificazioni generiche dettate a priori. Oltretutto, questo tipo di “terribile” approccio non solo non tende a scomparire nei decenni, ma pare conservarsi e purtroppo fare proseliti anche nelle (purtroppo sempre più rare) nuove generazioni che si affacciano al jazz. Il che dovrebbe innescare almeno degli interrogativi, se non un vero e proprio moto di autocritica, che invece ci si guarda bene dal fare.

Ora, non mi sembra il caso di lanciarmi a fondo nel periodico pezzo polemico sul tema, ma posso solo accennare al fatto che, secondo il mio personale punto di vista, questa musica che chiamiamo jazz in questo paese, e al di là di tante chiacchiere, non l’abbiamo ancora compresa bene per quel che è. Ho sempre l’impressione, insomma, che la si voglia forzare in direzioni che le appartengono poco o nulla; pare mancare cioè un approccio davvero “culturale” a questa musica, nel senso che occorrerebbe conoscere bene non solo l’aspetto meramente musicale, ma anche l’intricato contesto culturale e sociale dal quale questa musica è progressivamente sorta, senza il quale temo che sia davvero difficile comprendere certe dinamiche evolutive. Per questa ragione trovo sempre parziali ed incompleti certi trattati sul tema che si sforzano solo di comprendere questa musica analizzando strutture e pentagrammi, per non parlare di certe pretenziose ricerche sedicenti “scientifiche” in cui autori con dubbi requisiti di conoscenza in ambito scientifico si lanciano ad applicare certe complesse branche della scienza nelle loro analisi musicologiche senza evidentemente conoscerne a fondo la disciplina, i relativi i criteri e i metodi, il tutto con una discreta dose di incosciente velleitarismo.

Non sto parlando solo di altri, ma rivolgo il tema anche a me stesso, osservando come in 40 anni di ascolto ho dovuto progressivamente mutare certe convinzioni e certe idee per lo più approssimative se non del tutto erronee sulla materia, apprese sostanzialmente per sentito dire, constatando una narrazione complessiva a cui si può accedere nel nostro paese ancora abbastanza confusa e approssimativa, se non a tratti persino volutamente distorta.

Tornando alla musica e non alle parole, oggi voglio perciò proporvi un tipico esempio nel quale una possibile valutazione pregiudiziale possa negare di apprezzare della buona musica e forse anche qualcosa di più. Il pezzo che sto per proporvi proviene da un musicista della cosiddetta “fusion”, il che solitamente fa allontanare dall’ascolto solo al pronunciare della parola, in quanto musica considerata in modo negativo sempre e comunque dal tipico appassionato del jazz italico. Con questo non è che voglia fare del revisionismo spicciolo o affermare che in tale ambito si siano prodotte grandi opere che rimarranno nella storia della musica, tutt’altro, ma vorrei riconoscere alcuni aspetti di un fenomeno valutato genericamente e impropriamente solo come “commerciale”. Sto parlando in questo caso del chitarrista Lee Ritenour, del quale, come per molti altri di quell’ambito, va sottolineata innanzitutto la grande preparazione e professionalità, nonché la versatilità stilistica, visto che, come in questo caso, sa suonare brillantemente in un contesto puramente acustico e più “jazz”, per così dire. Influenzato da Barney Kessell e a maggior ragione, da Wes Montgomery, Ritenour dimostra qui come si possa produrre, se non dell’arte, dell’eccellente artigianato musicale, peraltro accompagnato da musicisti di altissimo livello, come il sottostimato Alan Broadbent al pianoforte (che produce un eccellente assolo), John Patitucci al contrabbasso, Ernie Watts al sax tenore e Harvey Mason alla batteria.

Il brano è una sua notevole composizione dal titolo Waltz for Carmen ed è tratto da uno dei suoi migliori dischi, pubblicato nel 1990 ed intitolato Stolen Moments. Incisione tutta jazzistica fatta dopo 15 anni dedicati alla fusion da Ritenour, cosa che ovviamente al tempo sorprese non poco. Senza offesa per nessuno, non so se molti dei nostri jazzisti sono in grado  di comporre un tema del genere e di improvvisare in questo modo. Perciò prima di esercitarsi in stroncature a scatola chiusa, occorrerebbe umilmente anche farsi qualche domanda. O no?

stolen_momentsWaltz for Carmen

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