L’inconfondibile sound di George Adams

Probabilmente i lettori più attenti del blog si saranno accorti che ho una attenzione particolare verso i sassofonisti. Il fatto è che il mio passato di (mediocre) sassofonista mi ha sempre fatto tendere l’orecchio verso i grandi di quello strumento.

Uno dei sassofonisti che ho sempre ammirato per l’originalità del suono, il controllo sullo strumento anche in situazioni “spericolate” associate ad  una espressività rara, ma che stranamente è stato quasi del tutto dimenticato è a mio avviso George Adams (1940-1992). Un nome che è stato associato quasi solo alla musica di Charles Mingus, per il quale ha dato peraltro un sostanzioso contributo e una sua specifica impronta negli anni ’70, ma che si è distinto anche in proprio, pur non avendo qualità eccezionali da leader carismatico (ma una presenza scenica impressionante), e soprattutto costituendo una band “mingusiana” con un altro grande di cui si parla troppo poco, Don Pullen, senza dimenticare la presenza eccelsa di Dannie Richmond alla batteria. Una band che ha saputo produrre una discografia per nulla trascurabile. Peraltro Adams si era già fatto un nome con Roy Haynes e per breve tempo anche con Art Blakey, giocando un ruolo solistico decisivo nella big band di Gil Evans e di prim’ordine nel gruppo di Mc Coy Tyner.

E’ a mio avviso uno dei sassofonisti che nella ribollente e variegata epoca delle proposte post Free ha saputo meglio personificare quella sintesi sul suo strumento tra tradizione e istanze più avanzate come pochi altri, riuscendo a proporre un sassofonismo parecchio sganciato dagli abusati modelli coltraniani sfruttati da molti colleghi in quegli anni. Nel suo sassofonismo si trova di tutto: blues, gospel, r&b, soul e funk (occorre segnalare a tal proposito le sue esperienze formative anni ’60 con Sam Cooke e l’organista Bill Doggett) e free jazz, ma anche in grado di esporre una vena melodica, quasi romantica, in apparenza impensabile in una esposizione solistica così varia e cangiante. In questo senso lo abbinerei ad un tenorsassofonista della generazione precedente come Yusef Lateef, mentre in termini di influenza sullo strumento, proprio per la suddetta varietà di fonti di ispirazione, è difficile individuare singoli contributi. Sicuramente il sassofonismo della tradizione del jazz e quello associabile alle tecniche esecutive del r&b e del soul relativo ai cosiddetti “honkers”, ma anche Albert Ayler e Archie Shepp, conditi con un istrionismo in parte paragonabile ad un Rahsaan Roland Kirk. Sta di fatto che la miscela finale ha prodotto un risultato finale originalissimo e dal sound pressoché inconfondibile.

Si potrebbe (o dovrebbe…) parlare per ore di questo maestro del sassofonismo. Segnalo solo che sul piano personale ho avuto la possibilità di sentirlo dal vivo intorno al 1980 nell’ambito del mitico “Festival Jazz” milanese al Teatro Ciak, in zona Lambrate, nel periodo mio universitario al Politecnico di Milano, nel quale cercavo di non perdermi le occasioni concertistiche più stimolanti. Ben altro panorama quello di allora…

Si presentò con Don Pullen, Cameron Brown e Dannie Richmond, in un concerto di grande ispirazione mingusiana, dove mi lasciò una forte impressione per il suono, l’estro e la presenza scenica e nel quale interpretò proprio il brano che sto per proporvi, oltre ad una splendida versione al flauto di Newcomer (brano di Don Pullen, tratto da Mingus Moves) in ricordo proprio del grande contrabbassista di Nogales scomparso non da molto. All’uscita dal concerto ricordo di aver preso il loro disco Don’t Lose Control che, se non erro, era il primo disco pubblicato dalla nostra Soul Note.

Lo ascoltai poi più avanti verso la fine degli anni ’80 alla Gran Parade du Jazz di Nizza, dove ricordo mi fece impressione l’immagine di un uomo prematuramente segnato sul piano fisico, nonostante la sua proverbiale energia sempre esibita sul palco, indicativa di una vita evidentemente intensa e forse sin troppo intensamente vissuta.

Buon ascolto.

inlay1Autumn Song

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