Julius Hemphill e il passepartout del jazz

Con eccezione per certa musica improvvisata europea, che personalmente considero più una deriva dal jazz per varie ragioni qui non spiegabili in poche righe, credo si possa affermare che il blues sia stato un riferimento comune nel jazz, una sorta di passepartout che in qualche modo è stato in grado di unire per lungo tempo la tradizione alle istanze più avanzate. Tuttavia, pare ormai abbastanza chiaro che oggi il jazz stia vivendo una tale varietà di incroci e sperimentazioni con altre musiche da procurargli una sorta di crisi di identità, ovvero a dar vita a musiche improvvisate che con certe radici musicali tipicamente africano-americane hanno sempre meno a che fare, tanto da far dubitare molti dell’appartenenza o meno di tali nuove musiche all’ambito del jazz.

Ora, non mi voglio certo impantanare in un discorso capzioso e pericoloso sulla eventuale “definizione” di ciò che possa essere o non essere “jazz”, (per quanto personalmente ritenga di avere delle idee precise e consolidate nel tempo in merito) e, pur tenendo conto delle riconosciute proprietà “sincretiche” del jazz, occorre onestamente osservare che oggi esso pare far abbastanza fatica a fagocitare altre esperienze musicali come un tempo è sempre stato in grado di fare. Ciò sta creando una certa confusione sul tema, a diversi livelli, e in parte la cosa spiega perché negli ultimi tempi si sono visti sorgere movimenti come la B.A.M. (Black American Music), visti da noi come il fumo negli occhi, a difesa di certi specifici valori della cultura musicale africano-americana e, d’altro canto, altrettanti portatori di istanze che si oppongono con forza a un tal genere di idea.

Ho sempre trovato irritante la faziosità in qualsiasi ambito, a maggior ragione la tollerò poco in un ambito come quello musicale che ne dovrebbe essere totalmente privo, ma purtroppo da noi la si riscontra continuamente, impedendo analisi più serie su certi fenomeni culturali in corso. Non intendo perciò qui dibattere un tema così spinoso, o esprimere il mio pensiero nel merito di una faccenda di una certa complessità come questa. Dico solo che non vedo la necessità di attribuire l’etichetta “jazz” a qualsiasi forma di musica improvvisata e dintorni come noto si tende a fare oggi, seguendo teorie pseudo progressiste in materia che francamente trovo per lo più forzate se non proprio del tutto posticce, a fronte di un abuso di tale etichetta ormai come se si trattasse di un brand del marketing.

Rimanendo sul tema specifico del blues e relativamente al ruolo sopra sinteticamente descritto, direi che un caso esemplare si è personificato in un jazzista d’avanguardia degli anni ’70 oggi poco citato, ma molto significativo, come il sassofonista e compositore Julius Hemphill.(1938 – 1995). Hemphill è nato a Fort Worth, Texas (la stesso luogo nativo di Ornette Coleman) e ha studiato il clarinetto con John Carter prima di studiare il sassofono, secondo un percorso tipico per molti sassofonisti. Hemphill si è trasferito poi a St. Louis, nel Missouri co-fondando il Black Artists’ Group (BAG), un collettivo artistico multidisciplinare che lo ha portato in contatto con i sassofonisti Oliver Lake Hamiet Bluiett, trombettisti come Baikida Carroll e lo scrittore/regista Malinke Robert Elliott. Quindi a New York City a metà degli anni ’70, dove diventa membro attivo della fiorente comunità free jazz della metropoli americana, dando lezioni di sassofono a diversi musicisti, tra cui David Sanborn e Tim Berne.

Hemphill è stato il fondatore nella seconda metà degli anni ’70 del World Saxophone Quartet, un gruppo di soli sassofoni apprezzato in quegli anni da molti appassionati. Hemphill ha registrato più di venti album come leader, una decina con il World Saxophone Quartet e registrato con Bill Frisell, Anthony Braxton e altri ancora. Seri problemi di salute (tra cui il diabete) lo costrinsero prematuramente a smettere di suonare il sassofono, ma ha continuato a scrivere musica fino alla sua morte a New York City a soli 57 anni.

Di Hemphill propongo l’ascolto proprio di un lungo brano costruito sul blues e proveniente da Dogon A.D., un suo capolavoro che è anche stato il primo disco inciso da leader nel 1972 per la Freedom.

Buon ascolto.

dogon-a-dHard Blues

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