Grover Washington Jr., tra etichette e luoghi comuni

Ci sono etichette negative che si utilizzano verso certi musicisti intorno al mondo del jazz che purtroppo tendono a permanere come marchi indelebili per intere carriere musicali ed artistiche, in maniera tale da non rendere poi nemmeno giustizia circa il valore effettivo del musicista al quale si applicano. Una di queste abusate nel jazz è legata al generico termine “commerciale”, spesso confuso con popolare, con il quale si tende ormai a liquidare qualsiasi musicista che non suoni per i soliti quattro gatti spelacchiati che perseverano a costituire una pseudo élite esclusiva, sempre con la mano sulla fronte quando ascolta musica, i quali forse identificano la più volte annunciata “morte del jazz” con l’approssimarsi dalla loro possibile dipartita da questo mondo. Risultato: il jazz a loro immagine e somiglianza è diventata una musica che coinvolge l’interesse di sempre meno potenziali fruitori e di conseguenza sempre meno proponibile nei teatri e nelle sale da concerto. A fronte di questa forma di depauperamento progressivo del pubblico, l’unica alternativa pensata per recuperarlo pare allora quella, drastica, di proporre manifestazioni para-jazzistiche (ma sempre meno jazzistiche) in cui si inseriscono nomi scadenti della musica di consumo, ma di certa presa, in grado di far risultare a confronto tutti quei musicisti un tempo etichettati come “commerciali” persino degli autentici giganti.

In questo calderone di “bollati” tendono a ricadere diversi musicisti della cosiddetta “fusion”, quasi sempre, e come minimo, molto preparati, professionali e di vasta esperienza musicale, che hanno in effetti goduto al tempo di un forte riscontro commerciale ma che possedevano,  al di là di questo, di qualità intrinseche che non si potevano e non si possono tutt’oggi negare. Tra questi, andrebbe citato un sassofonista come Grover Washington Jr. (1943-1999) che, a mio modesto parere di ex (scarso) sassofonista, era in possesso di doti da strumentista e improvvisatore eccellenti e di un suono “pulito” quasi inconfondibile, sia al sax tenore, sia al contralto, sia al soprano.

Circa l’argomento fusion e dintorni, tema pressoché mai affrontato in Italia se non in maniera estremamente superficiale e approssimativa, suggerirei la rilettura di questo scritto di Gianni M. Gualberto pubblicato  a suo tempo su Free Fall Jazz e che presenta diversi spunti di riflessione ed interesse, inquadrando la materia in modo più appropriato e pertinente.

Aggiungo qui la proposta di un paio di brani tratti da suoi dischi. Il primo è del 1988 ed è un blues molto ben suonato al soprano, che vede in sezione ritmica nientemeno che Herbie Hancock al piano e Ron Carter al basso. Il secondo è del 1994 e propone invece l’interpretazione di un noto standard al contralto, accompagnato dalla tromba di Eddie Henderson e da un’altra eccellente ritmica, composta da Hank Jones al piano, George Mraz al contrabbasso e Billy Hart alla batteria. Che dite? Lo sapeva suonare il jazz o cosa?

buon ascolto e buon inizio anno.

 

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