Charlie Haden e il Quartet West

In vista dell’anniversario del trentennale di formazione del Quartet West, Musica Jazz ha dato spazio nella rivista ad un bell’articolo dedicato al gruppo di Charlie Haden che per varie ragioni non ha goduto storicamente di grande riscontro critico, ma ha prodotto tanta buona musica e ha rappresentato una parte importante della concezione musicale del contrabbassista dell’Iowa un po’ sottovalutata rispetto al suo lavoro in ambiti più “Free” e caratterizzato da una forte spinta politica e civile come l’esperienza (altrettanto importante) della Liberation Music Orchestra.

Come racconta Giuseppe Piacentino nell’articolo che analizza la discografia del gruppo, Quartet West nasce a Los Angeles, raccogliendo musicisti dell’area californiana su suggerimento di Ruth Cameron (cantante e poi moglie e manager del contrabbassista), utilizzando musicisti versatili per produrre una musica versatile che intendeva, dicendola in estrema sintesi, dare una rappresentazione musicale delle mille sfaccettature di una certa America, coinvolgendo non solo la tradizione del jazz (bop, Ornette, mainstream, canzoni e ballate celebri con annesso il richiamo alle relative grandi interpretazioni jazzistiche), ma anche il folk bianco, la musica popolare e quella delle colonne sonore dei film di Hollywood, sino al richiamo della cosiddetta “americana”, con in evidenza in particolare gli umori del Midwest, includendo non a caso diverse composizioni dell’amico chitarrista del Missouri Pat Metheny. Si potrebbe perciò parlare di un progetto musicale volto a rappresentare in musica un autentico spaccato della multiforme cultura americana, coinvolgendo nella formazione iniziale musicisti capaci ed esperti come il pianista Alan Broadbent, (australiano d’origine ma residente stabilmente in California) un billevansiano di rara eleganza esecutiva troppo spesso sottostimato, Ernie Watts, un abile tenorsassofonista di vastissima esperienza musicale in campi ben oltre il jazz, e l’amico di vecchia data Billy Higgins alla batteria.

Invitando alla lettura dell’articolo, propongo qui un bellissimo brano di Pat Metheny svolto in due versioni  e momenti differenti (la prima più stringata e la seconda live, più estesa), che non a caso Haden propose con brano inaugurale della serie di incisioni discografiche del gruppo a mo’ di manifesto. Prima o poi occorrerà anche dare una degna valutazione critica di merito sulle non indifferenti capacità da compositore del capelluto chitarrista del Missouri, cosa che ingiustamente si evita quasi regolarmente di fare in tutti quei casi analoghi nei quali si ha a che fare con un musicista in possesso di un passato di grande successo popolare e commerciale.

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