Cannonball Adderley e il prezzo che bisogna pagare (alla critica) per essere liberi

adderl_cann_priceyoug_101bSull’ultimo numero di Musica Jazz (dicembre) c’è un interessante articolo scritto da Libero Farné dedicato alla figura di Julian “Cannonball” Adderley che cerca di rivalutare (meglio tardi che mai) uno dei contraltisti e improvvisatori  più importanti e di talento espressi dal jazz moderno dopo la morte di Charlie Parker. Giustamente l’autore rileva che il sassofonista della Florida ha avuto e ha ancora oggi un notevole riscontro tra i musicisti e i fruitori, molto meno da parte della critica, o meglio, aggiungo io, di quella critica che ha sempre visto come il fumo negli occhi le musiche e i musicisti che hanno assunto nella storia del jazz un ruolo di (colti) divulgatori della materia, derubricandone il ruolo con analisi per lo più semplicistiche e superficiali, che parlavano di mera “commercializzazione” musicale, senza assolutamente voler comprendere certe peculiarità della cultura, non solo musicale, americana e afro-americana.

Ciò che infatti fece Cannonball tra fine anni ’50 e ’60 (assieme ad altri) con il Soul Jazz e successivamente fecero negli anni ’70 molti altri jazzisti, specie africano-americani, fu quello di tentare di allargare (e non di restringere, come in pratica si tende a fare da noi…) il pubblico attorno a questa musica, tornando alle sue radici fondanti, quali il blues e il gospel. Il che non implicava e non implica solamente un tentativo (che probabilmente in un paese come gli Stati Uniti ovviamente esisteva) di commercializzazione. Tra l’altro analoga accusa la subì nello stesso periodo Miles Davis e oggi sappiamo bene che i pareri sulla sua musica sono molto meno contrastati e assai diversi, il che dovrebbe far riflettere e ridiscutere più seriamente tutto quel complesso periodo musicale, non solo per il jazz.

Pur apprezzando lo sforzo fatto dall’autore dello scritto di analizzare quella parte della discografia anni ’70 dei fratelli Adderley (quasi un inedito per la critica italiana) in precedenza regolarmente mandata all’oblio, secondo la mia personale opinione si sarebbe dovuto approfondire ancor meglio proprio quella parte della discografia prodotta con la presenza di George Duke alle tastiere assieme o al posto di Joe Zawinul, perché quella musica oggi presenta molti più agganci con ciò che succede nella scena jazz contemporanea di quanto non si pensi.

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Mi riferisco ad esempio a lavori “live” come The Black Messiah, Music You All,  e questo The Price You Got to Pay to Be Free che contengono già in predominanza quella miscela “contaminativa” (uso questo termine che tollero poco ma tanto caro ai più solo per farmi velocemente intendere) di musiche popolari, soul, funk , jazz elettrico davisiano e musica latino-brasiliana che oggi è abbondantemente ripresa in molteplici modi da diversi esponenti delle nuove generazioni. Non si trattava perciò di una esclusiva, banale, commercializzazione seguente al soul jazz e all’hard-bop dei primi anni ’60, come si è sempre lasciato intendere, ma di lavori discografici quasi sperimentali (sarebbe il caso di precisare una buona volta che la sperimentazione non è esclusiva di certe sedicenti “avanguardie”, da noi fatte passare sempre per “avanzate”, quando spesso si rivelano ferme a concezioni musicali di 50 anni fa) a che indicavano già un certo tipo di commistione linguistica  di cui oggi notiamo un ampio utilizzo.

In particolare nell’ultimo titolo, e non a caso, si trovano in una formazione assai variegata e oltre ai fratelli Adderley, tastieristi come  Joe Zawinul e George Duke, il bassista Walter Booker, il batterista Roy McCurdy, il percussionista Airto Moreira, il chitarrista Mike Deasy, e il sassofonista  Ernie Watts che affrontano musiche diverse e in diversi contesti linguistici. Il disco è tratto da una performance al  Monterey Jazz Festival del 1970 ed è una fedele riproduzione della visione artistica tentacolare di Cannonball Adderley di quel periodo, che abbraccia improvvisazione free, funk, soul-jazz, hard bop e musica brasiliana e altro ancora. E’ anche l’ultimo album degli Adderley con la presenza (determinante) di Joe Zawinul, che contribuisce con diverse sue  composizioni come Painted Desert e  Rumplestiltskin

Inviterei dunque a riascoltare almeno questi tre album (ma anche altri del periodo possono riservare diverse sorprese, scoprendo quanto il campo di azione degli Adderley fosse assai più vario, ben oltre l’ambito del Soul e del Funk) a mio avviso assai utili a comprendere meglio cosa succede sulla variegata scena jazz contemporanea. Come per qualsiasi genere di sperimentazione, non tutto è riuscito e musicalmente valido, ma vi sono diversi spunti molto più che interessanti che si possono cogliere.

Molto bene ha fatto perciò la rivista a proporre una rivalutazione e una ridiscussione dell’opera di questo che rimane ancora oggi uno dei più rappresentativi, per quanto sottostimati, esponenti del jazz moderno di matrice africano-americana ulteriormente da approfondire.

Riccardo Facchi

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