L’anima be-bop di James Moody

r-3919419-1349230225-3327-jpegHo sempre considerato James Moody (1925-2010) uno dei sassofonisti (tenorista e contraltista, ma anche ottimo flautista) più dotati in termini di improvvisazione e di flessibilità ritmica all’interno delle sue costruzioni melodiche in assolo. Forse non dotato di un grandissimo suono, ma non so trovare altri difetti (si fa per dire) in un jazzista sopraffino quale lui è stato. La proprietà fraseologica unita ad un senso del ritmo non comune è sempre stata una caratteristica tipica di quasi tutti i jazzisti di scuola be-bop, il che li ha resi degli strumentisti e degli improvvisatori di categoria superiore. Ciò deriva dal fatto che il be-bop ha dato il via nel dopoguerra al cosiddetto “jazz moderno” (ma sarebbe improprio considerare il tema in termini storici e musicali discontinui tra jazz classico e moderno, come si è sempre fatto) ed è un linguaggio complesso, armonicamente e ritmicamente assai sofisticato, di ineludibile conoscenza per ciascun jazzista degno di questo nome. Il che non significa (chiarisco il concetto) che si debba oggi riproporlo tale e quale al pubblico.

A tal proposito vorrei fare un breve inciso, nel senso che oggi giustamente viene ritenuto un linguaggio “superato” per il jazz, e in un certo senso è vero, in quanto non è più in grado di rappresentare (con buona pace dei “puristi”) il mondo musicale del jazz contemporaneo. Il che però non significa che non sia più necessario studiarlo, conoscerlo a fondo ed applicarlo alla propria musica, in quanto ritengo invece che, almeno a livello didattico e di preparazione di base, sia indispensabile suonarlo (intendo a livello di esercizio), perché è un linguaggio musicale che, a mia parere, contiene tutti gli elementi che possono fare di un improvvisatore un jazzista. Il che peraltro è conforme con la constatazione  che nel jazz e nella sua ormai lunga tradizione nulla deve essere scartato, magari in nome di un fasullo “progressismo” un po’ modaiolo, o di sedicenti “rivoluzioni” di cui per decenni si è cianciato sulla materia, spesso anche a sproposito. Tanto per fare un esempio pratico, Muhal Richard Abrams, di recente passaggio concertistico  in Italia e icona delle cosiddette avanguardie chicagoane, ha fatto sapere di tenersi costantemente allenato al pianoforte alla sua veneranda età esercitandosi tutti i giorni sullo stride piano, anche se non lo suona in pubblico, il che vorrà pur significare qualche cosa.

James Moody è nato a Savannah, in Georgia, cresciuto nel New Jersey è stato attratto dal sassofono dopo aver ascoltato George Holmes Tate, Don Byas e vari sassofonisti che hanno suonato con Count Basie. Si è arruolato nell’esercito degli Stati Uniti nel 1943. Dopo il congedo, nel 1946 entra a far parte della big band be-bop di Dizzy Gillespie, rimanendovi per circa due anni. Riprese poi negli anni ’60 la collaborazione con il grande trombettista, risultando uno dei suoi musicisti più apprezzati e fedeli e facendo parte stabilmente del suo splendido quintetto, mai abbastanza lodato, con il giovane Kenny Barron al piano.

Nel 1948 Moody incide la sua prima sessione di registrazione per Blue Note e nello stesso anno si trasferisce in Europa, dove rimase per circa tre anni. Moody ha avuto un successo inaspettato con Moody’s Mood For Love, una canzone scritta da 1952 da Eddie Jefferson (il padre del Vocalese), che riprendeva nota per nota un meraviglioso assolo improvvisato da Moody in una versione del 1949 di I’m The Mood for Love. Moody ha poi adottato la canzone come propria, registrandola con lo stesso Jefferson nel 1956 appunto nel suo album omonimo (Argo) ed eseguendo la canzone regolarmente in concerto, spesso cantandola lui stesso (di quel brano c’è tra l’altro una splendida e famosa versione di George Benson nel suo “best seller” Give Me The Night). In quello stesso 1952 è tornato negli Stati Uniti registrando negli anni successivi in diverse occasioni sia per Argo che per Prestige Records.

Facendola breve, Moody ha avuto poi una lunga e significativa carriera concertistica e discografica, zeppa di collaborazioni anche con musicisti delle generazioni successive, da cui era stimato. Il tutto quasi sino alla sua morte, avvenuta nel 2010 a causa di un cancro al pancreas.

Moody parlava fluentemente l’italiano e ha contribuito anche a far crescere il jazz europeo, collaborando con diverse orchestre di jazz sorte nel vecchio continente, ma anche partecipando a diversi tour internazionali, risultando un vero e proprio ambasciatore mondiale del jazz. Due mesi dopo la sua morte, James Moody ha vinto un Grammy Award postumo nel settore “Best Jazz Instrumental Album” con Moody 4B.

Nell’occasione propongo tre diversi ascolti. Il primo documenta un suo splendido assolo al contralto su ‘Round Midnight inciso con il quintetto di Dizzy Gillespie nel 1963 in un disco a mio avviso capolavoro di Gillespie intitolato Something Old, Something New. Nel secondo, si presenta al tenore su un blues tratto da uno dei suoi migliori dischi da leader, inciso per la Prestige a fine anni ’60. Il terzo mostra una sua strepitosa e velocissima versione (anche se credo sia stata ritoccata la velocità di registrazione) di Anthropology incisa negli anni ’70 in cui è accompagnato da una eccellente sezione ritmica che vede la presenza di Kenny Barron al piano, Larry Ridley al contrabbasso e Freddie Waits alla batteria.

Buon ascolto

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