Brividi di emozione

Art Pepper (1925-1982) è un jazzista di cui non si parla quasi più ed è un peccato, perché, pur non essendo stato un innovatore, si è trattato di uno dei jazzisti bianchi più espressivi della storia, certamente tra quelli dell’area californiana, con un senso del blues non comune e una capacità interpretativa sulle ballads che aveva talvolta il potere di far accapponare la pelle. Era, insomma, un jazzista che, banalmente, “aveva qualcosa da dire”, al di là degli aspetti travagliatissimi della sua biografia, con risvolti tragici legati anche ad una lunga permanenza in carcere, esperienza dopo la quale è ritornato sulla scena riscuotendo un riscontro di critica e di pubblico che nei suoi anni giovanili non era riuscito ad ottenere in quella misura. Molti hanno rilevato una differenza fortissima, in meglio, nella musica da lui suonata dopo il periodo carcerario, rispetto a quella prodotta in precedenza. Sicuramente la cosa vale sul piano espressivo, ma su quello puramente musicale io oggi, dopo aver riascoltato un bel po’ della sua produzione anni ’50 primi anni ’60, nutro qualche dubbio. Vi sono incisioni di valore anche tra le sue di quel periodo e forse sul piano puramente strumentale le sue prestazioni sul sax contralto (ma ha anche suonato il sax tenore e il clarinetto, specie nell’ultimo periodo) erano forse più precise.

Forse sarò un nostalgico, ma devo dire che nel jazz di oggi certi aspetti espressivi/emotivi mi mancano molto, soppiantati da una spasmodica ricerca formale/strutturale certo importante e interessante, ma che spesso sa anche pesantemente annoiare l’ascoltatore.

Per questo fine settimana propongo perciò una delle sue più struggenti interpretazioni su ballad. Ce ne sarebbero diverse da proporre e ne avevo già proposta tempo fa una su questo blog. Un’altra, ad esempio, è quella straziante versione di Goodbye presente su Thursday Night At The Village Vanguard, un Contemporary registrato nel 1977 in quartetto con il fido George Cables al pianoforte, Elvin Jones alla batteria e George Mraz al contrabbasso, in cui Pepper nella circostanza si mette emotivamente a nudo (sin troppo a suo stesso dire). Altra ancora è questa splendida versione di un brano che inizialmente, non so come, mi era sfuggito per intensità espressiva e che mi è stato acutamente consigliato circa una decina di anni fa dall’attuale direttore di Musica Jazz, Luca Conti, sul vecchio newsgroup it.arti.musica.jazz. Devo dire che aveva ragione di farlo e credo che, se già non lo conoscete, emozionerà anche voi all’ascolto.

Buon week end.

no_limit_art_pepper_album-1Ballad of the Sad Young Men

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