Albert Mangelsdorff e il grande jazz europeo

094219Molto spesso, mi capita di leggere lodi sperticate a proposito di quanto sia diventato grande il jazz europeo odierno, in quanto ormai autonomo e indipendente da quello americano, se non semplicemente più avanzato e persino “migliore”. Ora, al di là del merito della questione, secondo me mal posta, la cosa che mi fa spesso sorridere è che gli stessi che si esercitano in peana che paiono più affermazioni propagandistiche degne della nostra misera politica che delle serie analisi musicali, dimostrano di non conoscere bene nemmeno la storia del jazz europeo, che ha saputo produrre della eccellente musica improvvisata già nei decenni precedenti, dimenticandosi bellamente di figure che per il jazz sono state assai più significative di molte di quelle osannate oggi, non sempre a proposito.

Il tedesco Albert Mangelsdorff (1928- 2005) è stata una di queste ed uno dei più interessanti e creativi trombonisti del jazz moderno, che ha prodotto diverse incisioni di livello assoluto, specie negli anni ’70, di cui oggi pare non parlarne più nessuno, sedicenti (e tendenziosi) estimatori del jazz europeo in testa.

Mangelsdorff divenne famoso per la sua peculiare capacità di emettere più suoni contemporaneamente dal suo strumento, secondo una tecnica che in realtà era già stata utilizzata (se non erro) dal trombonista afro-americano Dick Griffinanche se il trombonista tedesco a un certo punto ne ha fatto un uso sistematico e un tratto caratteristico del suo stile.

La cosa interessante che ci tengo a sottolineare è che la gran parte dei jazzisti europei della sua generazione, che pur hanno partecipato ai movimenti post-Free e alle avanguardie europee della musica improvvisata, non ha mai sentito il bisogno di cercare di espropriare il primato del jazz americano per imporsi, o di negare dal punto di vista linguistico l’utilizzo di peculiarità distintive, come l’oggi tanto bistrattato  “swing”, per affermare la propria autonomia linguistica (Mangelsdorff maneggiava il linguaggio jazzistico con assoluta proprietà, possedendo swing a sufficienza e certo non era l’unico jazzista europeo a saperlo fare, pur sapendo fare anche altro).

Mangelsdorff cominciò a suonare il trombone nel 1948. Nel 1950 ha suonato con le band di Joe Klimm (1950-1953), Hans Koller (1953-1954) con Attila Zoller, Jutta Hipp (1954-1955), nonché con la Frankfurt All Stars (1955-1956 ). Nel 1957 ha condotto un quintetto hard-bop insieme a Joki Freund. Nel 1958 ha rappresentato la Germania nella formazione internazionale di giovani musicisti europei che è comparsa sul palco del prestigioso Newport Jazz Festival. Nel 1961 ha formato un quintetto con i sassofonisti Heinz Sauer, Günter Kronberg, il bassista Günter Lenz e il batterista Ralf Hübner che divenne una delle band europee più rinomate degli anni 1960. Nel 1962 ha anche registrato con John Lewis (in Animal Dance). Nel 1964 ha registrato col suo quintetto l’album Now Jazz Ramwong andando anche in tour per gli Stati Uniti e il Sud America con quella formazione. Tra la fine anni ’60/inizio ’70 entra a far parte esplicitamente del movimento Free Jazz europeo. Durante i primi anni ’70 si propone con un quartetto composto da Sauer, Buschi Niebergall e Peter Giger (1973-1976) e esplorando il nuovo linguaggio con la Globe Unity Orchestra, ma anche con altri gruppi (ad esempio, il trio di Peter Brötzmann). Proprio a quel tempo, grazie alla conoscenza del trombonista Paul Rutherford, scopre diverse sperimentazioni sonore sullo strumento tra cui la suddetta multifonia che metterà in atto in una serie di eccellenti dischi incisi per la benemerita tedesca MPS, con produttore quel lungimirante divulgatore europeo del jazz che corrispondeva al nome di Joachim-Ernest Berendt e che ancora oggi è da considerare una delle figure più importanti che la divulgazione del jazz ha saputo produrre nel nostro continente. Non a caso, in questo periodo Mangelsdorff divenne una delle figure eminenti del jazz internazionale, collaborando e incidendo sia da solo che con grandi musicisti come Elvin Jones, Eddie Gomez, Jaco Pastorius, Alphonse Mouzon, John Surman tra gli altri.

Per l’ascolto di giornata propongo perciò proprio un intero suo disco in solo in cui si possono apprezzare al meglio tutte le sue caratteristiche di eccelso strumentista e jazzista completo, senza necessità di certe forzate distinzioni geografiche.

Buon ascolto.

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