Il più grande “soffiatore” del jazz

Un aspetto a volte un po’ trascurato nei discorsi sul jazz e l’improvvisazione è l’importanza di saper imporre un proprio suono dallo strumento prescelto, perfettamente identificabile. La cosa è particolarmente importante per gli strumenti a fiato e nel caso del sassofono tenore è assai significativo, in quanto è uno strumento che si presta particolarmente a modellare un suono molto individuale, quasi “vocale”, che permette in molti casi l’identificazione dello strumentista di turno che si ascolta.

Avendo “pasticciato” con un sassofono tenore per diversi anni e sapendo quanto è difficile ottenere un proprio suono originale, possibilmente forte e corposo da quello strumento, posso solo dire, da questo punto di vista, di aver avuto grande ammirazione per sassofonisti come Coleman Hawkins, Sonny Rollins e Ben Webster. Il primo l’ho sempre stimato, tra l’altro,  per l’eccezionale forza nell’attacco sulla emissione della nota (non a caso usava spesso ance particolarmente dure, tipicamente del n°4); il secondo per un senso ritmico eccezionale e gli attacchi potenti nel registro grave dello strumento, in modo a mio  avviso insuperato; il terzo per la sua capacità espressiva sulle cosiddette “ballads”, con quell’ uso del “soffiato” e dei glissati così caratteristici e pressoché inconfondibili.

Di fatto “Frog”, detto anche “The Brute” (i nomignoli con i quali era noto nel “giro” Ben Webster), può essere ancora oggi considerato il più grande “balladeur” del jazz. Ciò è collegabile, non a caso, alle spiccata capacità di utilizzare le componenti espressive sullo strumento rispetto a quelle fraseologiche, che sono invece state particolarmente sviluppate nell’era del Bop e del jazz moderno,  sino all’avvento di Coltrane, in quanto il linguaggio jazzistico sull’improvvisazione si è focalizzato da allora più sul fraseggio e relativa velocità di esecuzione che su certe componenti espressive del suono. Tuttavia, nell’era post-coltraniana, specie dagli anni ’80 in poi, diversi sassofonisti delle successive generazioni si sono riappropriati, con più equilibrio rispetto al fraseggio, di certi elementi espressivi che sassofonisti dell’era pre-bop come Ben Webster (ma se ne potrebbero citare altri) utilizzavano costantemente. Ciò è valso, ovviamente anche per moltissimi sassofonisti dell’era (pre-coltraniana) del R&B e del Soul, (per quanto anche Coltrane provenisse negli anni giovanili da esperienze in ambito R&B, se ne potrebbero citare a iosa: da Gene Ammons e Jimmy Forrest, passando per David “Fathead” NewmanKing Curtis sino a Stanley Turrentine, giusto per citarne qualcuno), per i quali il forte riaggancio alle radici del blues e del gospel richiedeva loro forzatamente il largo uso degli elementi espressivi sul proprio strumento. Analogamente, si può dire lo stesso per diversi esponenti sassofonistici del Free e del post-Free, come Archie Shepp (assai debitore di Ben Webster) o un David Murray, sino ad arrivare a quelli più recenti, come Branford Marsalis o Joshua Redman, nei quali l’influenza post coltraniana si è man mano sempre più “stemperata” nel recupero delle modalità esecutive e di improvvisazione, in particolare sulle ballads, tipiche di sassofonisti come Ben Webster.

Per l’occasione propongo un paio di mirabili esempi dello stile di Ben Webster e dell’arte sua sulle ballads. Il primo è tratto da Big Ben Time, una meravigliosa sua incisione della seconda metà degli anni ’60 registrata benissimo ed effettuata a Londra (Webster stazionava in Europa in quegli anni da tempo) con un ottimo Dick Katz al piano, mentre il secondo proviene da uno dei suoi dischi più noti, registrato in compagnia di Oscar Peterson nei famosi incontri effettuati per la Verve a fine anni ’50.

Il suggerimento per l’ascoltatore  è quello di non valutare la tecnica e il virtuosismo di un sassofonista solo per la velocità di esecuzione e la relativa abilità di diteggiatura, ma anche per la capacità di tirar fuori un certo tipo di suono espressivo dallo strumento. Vi posso garantire che questa seconda cosa sul piano strettamente tecnico nel suonare lo strumento, non è per niente di secondo piano, anzi. Provare per credere.

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