Marvin Gaye, ben oltre la Soul Music

In ormai 40 anni di “passione” per il jazz e dintorni musicali, ho notato che nel nostro paese, al di là di più o meno pretesi raffinati discorsi critici sul tema, si è di frequente manifestato tra gli appassionati e una certa parte della critica un implicito, improprio, modo di classificare mentalmente la musica, più o meno improvvisata, di provenienza americana:

-“d’avanguardia”, sinonimo implicito di artisticità, reale impegno e progresso musicale, specie quando essa fa il verso alla musica contemporanea europea, notoriamente rappresentativa delle più avanzate posizioni musicali (per secoli nei secoli, amen…). Proprio recentemente mi è capitato di leggere frasi come “…Il Free più di avanguardia…” non capendo la profonda contraddizione dei termini usati nel cercare di imporre nel 2016 per avanguardia una fase musicale già storicizzata e davvero abbondantemente superata per il jazz. Capisco il desiderio di sentirsi ancora giovani e sulla cresta dell’onda, dotandosi di un’eterna aspirazione alla libertà, dopo aver partecipato ai nostri movimenti studenteschi “rivoluzionari” (si fa per dire) anni ’70 e alle relative “assemblee volanti” all’interno di scuole e atenei (in stile Verzo, personaggio radiofonico di Mario Marenco ad “Alto Gradimento” con il motto “amo fatto a presa de coscienza“), ma basterebbe informarsi meglio circa il variegato panorama musicale contemporaneo e provare ad uscire dal proprio attempato guscio giovanilistico per capirlo;

-“mainstream”, inteso come jazz già sentito, risaputo, sempliciotto e senza sorprese di sorta, quindi privo di un qualsiasi serio interesse artistico, in quanto “superato”. Da che cosa e da chi, non si sa bene;

– “commerciale”, aggettivo con cui si fa rientrare tutto il resto del calderone musicale, in quanto musica sfruttata dallo show business e dall’imperialismo economico americano, quindi degna di nessunissima considerazione.

Ora, è evidente che qualsiasi persona in possesso di un minimo di cultura musicale e sensibilità artistica farebbe fatica a prendere sul serio una tal modalità di approccio alla materia, ma nel nostro paese riguardo al jazz e dintorni questo genere di atteggiamento è ancora implicitamente utilizzato (in molti casi inconsapevolmente) con una certa regolarità. In questo modo, tra l’altro, si commette l’evidente errore di scindere la musica dal suo contesto sociale e culturale (in questo caso quello americano, che di fatto non interessa studiare), che per il jazz e le musiche sorte nel complesso e peculiare intreccio linguistico del continente americano è invece essenziale, escludendo così dall’analisi tutta una serie di grandi contributi musicali e protagonisti a margine del jazz che hanno peraltro interagito non poco col suo percorso.

Molte sono le figure musicali che si potrebbero citare all’uopo, specie in ambito di musica popolare africano-americana. Uno di questi tutt’altro che rari casi potrebbe essere rappresentato dalla figura musicale ed artistica di Marvin Gaye.

Nato con il nome di Marvin Pentz Gay Jr. (Washington, 2 aprile 1939 – Los Angeles, 1º aprile 1984), Gaye è stato uno dei più rappresentativi e popolari artisti della musica soul e R&B, con una dose di impegno sociale e politico per nulla inferiore a quella attribuita ad esempio alle “Black Panther”, spesso citate in certa stereotipata narrazione jazzistica. Un impegno esercitato in modalità differenti, in una forma di contrapposizione non violenta e con una recondita volontà di integrazione della comunità nera nella società americana. I temi affrontati da Gaye andavano anche oltre, toccando l’economia, l’ambiente e i conflitti internazionali. Una sorta di meditazione in musica su quello che stava succedendo al cosiddetto “sogno americano”, rispetto al degrado urbano, ai guai ambientali, alla turbolenza militare, alla brutalità della polizia (che, guarda caso, ancora oggi si riscontra), alla disoccupazione e alla povertà che si evidenziavano nella realtà quotidiana.

La profonda fede religiosa e la raffinatissima sensibilità furono le molle che spinsero Marvin Gaye a dedicarsi alla musica. Figlio di un pastore apostolico, durante le sue celebrazioni capì cosa veramente significasse “l’essenziale gioia della musica”, come un volta ricordò.  Di Gaye è da segnalare non solo la musica ma pure i testi, come in What’s Going On, dove si “raccontano” dal punto di vista di un veterano del Vietnam gli umori, i dubbi, le angosce e le conseguenze con cui gli afro-americani (arruolati a frotte nell’esercito, tra cui appunto il fratello di Gaye)  hanno dovuto fare i conti dopo aver affrontato la guerra, mentre in Let’s Get It On la purezza del sentimento e il piacere fisico rappresentano una metafora della sensualità insita nella soul music.

Gaye è stato una figura centrale nell’ambito della musica popolare afro-americana, aprendo la strada a molti musicisti neri ad un più paritario e meno coercitivo rapporto con le case discografiche. Oltre ad essere stato uno dei più rappresentativi artisti della Motown, è infatti noto anche per i suoi attriti con la celebre etichetta dedicata, su spinta del  suo produttore Berry Gordy, agli emergenti musicisti afro-americani dell’epoca. Assieme alla Stax di Otis Redding (e successivamente anche di Isaac Hayes), la Motown divenne il punto di riferimento della soul music afroamericana, con Gaye artista di punta, ma essa tendeva a limitare i musicisti in categorie ben distinte, tra cantanti, autori e produttori, imbrigliando così la creatività degli artisti che potevano solo cantare e non scrivere testi per sé stessi o autoprodursi. Proprio Gaye si impose però con forza nel 1971 con il fondamentale What’s Going On, vero e proprio manifesto del Soul anni ’70. L’album provò che si potevano rompere gli schemi: Gaye, che all’inizio degli anni ’60 era stato autore di alcuni testi per giovani artisti della Motown, dimostrò di poter scrivere e produrre i propri testi e la propria musica senza la necessità di passare attraverso il sistema discografico. Questi risultati avrebbero poi spianato la strada ad altri artisti della musica afro-americana come lo stesso Stevie Wonder, anch’egli artista fortemente impegnato. Altri brani suoi sono colmi di spunti e ampi riferimenti alle condizioni sociali dei “deboli”: i giovanissimi che saranno grandi del futuro in Save The Children o i neri in Inner City Blues, o ancora l’inquinamento industriale (una delle prime canzoni dedicate a questo argomento) in Mercy Mercy Me (The Ecology).

La sua parabola artistica, che è perciò andata ben oltre la sommaria idea della “musica commerciale”, si chiuderà traumaticamente e tragicamente il primo aprile del 1984 (il giorno precedente al suo quarantacinquesimo compleanno), quando verrà assassinato con un colpo di pistola per mano del padre, il predicatore Marvin Gaye Sr.

In rete ho trovato questa bella versione “live” del suo celeberrimo brano accompagnata da significative scene di vita quotidiana degli afro-americani. Nel suo canto si riscontrano accenti ritmici (indispensabili nel jazz e comuni nel bacino musicale africano-americano) che molti improvvisatori odierni dediti ad una sedicente musica più complessa ed evoluta di questa si sognano di saper immettere.

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