Il feeling unico di Ray Charles

Personalmente continuo a trovare certe discussioni e teorie che ultimamente hanno preso piede nel nostro paese sul jazz a proposito di chi abbia più o meno contribuito alla formazione di un tale idioma musicale per lo più capziose, se non alla ricerca esasperata di sedicenti “rivelazioni” che per quel che mi riguarda paiono solo come la scoperta dell’acqua calda, nel migliore dei casi. La mia impressione, ma può essere che mi sbagli, è che la musica diventi solo il mezzo e non lo scopo, ossia, si utilizza l’argomento musicale per ricercare una sorta di autoaffermazione. Forse la cosa potrebbe dipendere anche da una differenza di formazione culturale tra chi, come me, proviene da studi scientifici, mentre la gran parte delle persone che scrivono di musica proviene da  quelli artistici-umanistici. Per come la vedo, sarebbe bello che le due estrazioni non fossero viste come divise, ma invece fossero prese entrambe in considerazione e utilizzate per fare certe ricerche musicologiche. Solo che è difficilissimo rintracciare qualche musicologo di professione che possegga anche nel suo bagaglio culturale una adeguata formazione scientifica che gli permetta di applicare certe specifiche metodologie alla loro materia di studio. Osservo questo, perché ultimamente noto una certa pretesa di “scientificità” di certe argomentazioni, che in realtà a me non paiono tali, o comunque con evidenziabili limiti metodologici che comportano una altrettanto facile confutazione “scientifica”delle stesse.

Ora, non me ne vogliano i lettori di formazione umanistica, perché non ho intenzione di fare classifiche sulle tipologie di formazioni culturali possibili o facili generalizzazioni, ma è più probabile (non facile) che capisca di arte e musica una persona di estrazione scientifica che uno di estrazione umanistica capisca di scienza e sia in grado di maneggiarne le relative metodologie. Non vorrei apparire come una sorta di Sheldon Cooper (quel simpatico e strampalato fisico teorico pazzo della serie televisiva Big Bang Theory, per chi la conosce, che considera qualsiasi studio fuori dalla Fisica teorica inferiore), ma qualche ripetuto riscontro personale in merito l’ho. Per esempio, qualche anno fa mi è capitato di conoscere in un seminario nella scuola nella quale insegnavo uno dei massimi esperti mondiali sull’Impressionismo che proveniva da studi fatti in ambito di istituto tecnico. Casi opposti del genere, a dire il vero, non ne ho mai incontrati. Certo, sto comunicando una esperienza personale singola e quindi in termini perlomeno statistici la cosa non è significativa, ma sarebbe interessante provare a farla una tale statistica e ho la fondata impressione che salterebbe fuori che la cosa ha un fondamento. E’ anche vero che  nella mia esperienza universitaria ho incontrato diversi diplomati al Liceo classico che sono diventati dei brillanti ingegneri, ma solo dopo un primo anno di serie difficoltà, nel quale hanno dovuto ribaltare quasi completamente la loro impostazione, riuscendo a mettere a frutto molto bene la metodologia di studio appresa con lo studio del greco e del latino, notoriamente ostici. Al contrario mio nipote, uscito dal classico, non riuscì a passare per un anno intero l’esame di Fisica I alla facoltà di Fisica, per poi iscriversi a Lettere bevendosi gli esami con una facilità quasi disarmante. Penso quindi che in definitiva la cosa abbia a che fare con certe specificità nel modo di pensare che sono proprie delle metodologie scientifiche, logiche e matematiche che evidentemente si devono possedere innate, rimanendo il fatto che poi la prassi scientifica debba essere comunque faticosamente appresa con adeguati non semplici studi.

Che c’entra tutto questo discorso con il jazz e relativa musicologia? Forse poco o nulla, ma c’è una cosa che ho osservato nell’impostazione dei discorsi di molti personaggi che se ne occupano e che evidentemente non posseggono un bagaglio matematico-scientifico nella loro formazione: mentre un tecnico (più che uno scienziato, per il quale vale il discorso, ma solo in parte, poiché a volte l’idea parte da una intuizione astratta, vedi il caso di Einstein e della sua teoria della relatività) parte dall’osservazione della realtà per dedurre le proprie teorie per poi verificarne l’esattezza o meno col metodo sperimentale, nel caso di un umanista (specie se ha una impostazione filosofica di tipo marxista) parte da una propria idea e va poi alla ricerca nella realtà solo di quegli elementi che la possono confermare, trascurando volutamente quelli che la possono smentire. In sintesi, provo a dirla in questo modo: la bellezza o l’eleganza, come si usa dire, di un’idea o di una teoria ha per costoro sempre priorità sulla realtà. Viceversa, il riscontro nella realtà, pur nella sua spietata crudezza, per il tecnico ha sempre la priorità sulla propria idea. Insomma, ho sempre l’impressione che ci si innamori della bellezza della propria idea e che quindi ci si faccia condizionare, mentre nell’approccio scientifico c’è sempre quella insita umiltà alla quale ti costringe continuamente il riscontro sul campo delle tue idee, costringendoti anche a cambiarle.

Ora rientrando nel merito: qual è il contributo della comunità afro-americana nel jazz o più in generale nella musica americana? Lo domando perché noto che secondo certe teorie viene ormai sistematicamente minimizzato. Ha sue specifiche peculiarità riscontrabili, oppure no? Esiste o meno una legame ancora rintracciabile tra appartenenza ad una comunità e una cultura e contributo idiomatico?

Lascio al lettore una possibile ed eventuale risposta, perché, a differenza di altri, non ho la pretesa di avere verità rivelate in tasca. Nel frattempo vi propongo l’ascolto di questo brano di Ray Charles e vi chiedo di porvi dopo l’ascolto questo genere di domande e di rifletterci su. Grazie.

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