La spiritualità del “Duca” in piano solo

Nella sterminata discografia ellingtoniana, non sono molte le documentazioni di sue esibizioni in piano solo, perlomeno intendo interi concerti in piano solo. Alcuni di questi sono presenti nei lavori discografici dell’ultimo suo periodo, quando probabilmente la perdita nella sua orchestra di uomini come Billy Strayhorn o voci identitarie come quella di Johnny Hodges lo portarono anche all’interpretazione di molte sue stupende composizioni nella veste di pianista. Se già alcuni dischi in trio disseminati nei decenni precedenti mostravano un pianista molto più che interessante, inspiegabilmente sottostimato, le registrazioni in piano solo dei primi anni ’70 mostrano un interprete dotato di una profondità rara, quasi spirituale, in grado di produrre una musica persino dai tratti celestiali e di coinvolgere per l’appunto i sentimenti umani più profondi dell’ascoltatore.

Probabilmente è persino limitativo considerare Duke Ellington un grande jazzista e un relativo grande compositore del genere. Penso invece che egli sia stato uno dei massimi protagonisti della musica del Novecento e un patrimonio mondiale della musica, oltre i generi, a mio avviso non ancora posto nel giusto rilievo dagli stessi appassionati del jazz, specie di quelli odierni, abituati più a rincorrere la moda o il nome del momento che a meditare sulla grande musica che il jazz è riuscito a produrre in oltre un secolo di vita. Sarò forse prevenuto  (ne ho i motivi), ma ho sempre la sensazione che se certe menti geniali non avessero avuto la pelle nera godrebbero oggi di ben altro riscontro pubblico.

Per il fine settimana ho perciò intenzione di proporre uno di questi rari concerti in piano solo reperibili e che sono riuscito a rintracciare in rete, relativamente ad un disco pubblicato a suo tempo dalla scomparsa rivista “Jazz” che documentava, nella prima parte del CD, una sua splendida esibizione solitaria registrata a Düsseldorf nel 1970, su un programma vario contenente alcune delle sue migliori composizioni. Personalmente ho una preferenza particolare per l’iniziale Fleurette Africaine e la emozionante versione della New World A-Comin’, nella quale  il “grande narratore” rende magnificamente in musica lo spirito ottimistico con il quale “vedeva” la nascita di un nuovo mondo per l’umanità.

Di seguito riporto la scaletta dei brani. Ci aggiorniamo alla prossima settimana, buon ascolto.
0:00 Fleurette Africaine [mistitled on the cd as La plus belle africaine]
3:26 Carolina Shout (James P. Johnson)
4:37 Take The A Train (Billy Strayhorn)
7:22 Black Beauty
9:47 Warm Valley
11:37 Things Ain’t What They Use To Be (Mercer Ellington)
13:32 [first attempt to play Paris Blues]
15:26 New World A-Comin’
24:17 Improvisation on Paris Blues
24:53 Paris Blues
26:23 Come Sunday
28:23 For Billy Strayhorn (aka Lotus Blossom) (Billy Strayhorn)

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