Semplice diletto o arte musicale?

Robert “Bobby” McFerrin (New York, 11 marzo 1950) è da considerare uno dei cantanti musicalmente più versatili e originali che siano mai comparsi sulla scena del jazz, ma probabilmente è riduttivo definirlo solo un cantante, per quanto eccezionale. Di fatto è un musicista completo, fatto e finito, in grado anche di condurre un’orchestra di musica classica, come mi è capitato di vedere e sentire direttamente a Central Park nell’agosto del 1995 durante una mia vacanza americana. Non ultima, va considerata la sua capacità di intrattenitore divertente e navigato, dotato di una presenza scenica eccezionale, doti che messe assieme sono davvero rare da riscontrare, non solo in ambito di jazz. In sostanza un grandissimo talento musicale e un vero “animale” da spettacolo.

Nel 1988 Mc Ferrin ottenne un successo e una fama mondiale senza precedenti per musicisti di estrazione jazzistica (bisognerebbe probabilmente risalire a figure come Louis Armstrong o a cantanti come Ella Fitzgerald e Frank Sinatra per trovare una qualche forma di paragone) con la pubblicazione di Simple Pleasures, un disco pluripremiato contenente quel Don’t Worry Be Happy che è finito persino negli spot pubblicitari nazionali.

Come si sa da noi il successo di un jazzista fa (da sempre) arricciare il naso alla componente più snob e ideologizzata della nostra critica (cioè la stragrande maggioranza) che la fa immediatamente parlare di “commercializzazione” musicale, indipendentemente dal risultato musicale ottenuto, liquidando così banalmente il discorso critico. Diciamoci la verità, nel nostro paese certi rapporti costanti tra musica, intrattenimento e relative relazioni economiche, caratteristici da sempre dell’ambito musicale americano e con i quali il mondo del jazz ha sempre fatto i conti, non si sono mai ben compresi ed accettati. Questo ha viziato costantemente i giudizi critici, ma se si va a scandagliare la carriera di tantissimi grandi musicisti della storia del jazz ci si rende conto che certe distinzioni tra una sedicente “musica d’arte” (il jazz, ma solo un certo tipo di jazz, a quanto pare) e il resto delle musiche popolari non sono mai realmente esistite, a maggior ragione per il jazz vocale.

Devo ammettere che quando all’epoca acquistai il disco , anch’io ero ben imbevuto di certa narrazione ideologizzata e falsante sul jazz (l’unica al tempo in circolo) e superficialmente lo sottostimai, ma se si riascolta il disco senza pregiudizi ci si rende conto che non si trattava solo di un mero successo commerciale, ma di un lavoro di livello eccelso, che mostra, al di là della già nota originalità interpretativa, una capacità rara di elaborare vocalmente materiale il più vario possibile in modo innovativo, comprendendo tranquillamente anche il mondo del pop e del rock. Oggi non ci si stupirebbe più di tanto per un’operazione del genere che è diventata abbastanza comune, ma in fondo è sempre stato così, a ben vedere, poiché il jazz ha sempre manifestato in sé una grande capacità nel fagocitare materiale dalla provenienza più disparata.

Pertanto, propongo il riascolto dell’intero disco, che può essere tranquillamente considerato un capolavoro nel suo genere. Buon ascolto.

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