Le big band di Count Basie anni ’50 e ’60

La storia del jazz riserva a Count Basie una posizione preminente riguardo al suo contributo determinante in ambito di big band, ma solitamente lo fa narrando sempre della prima edizione della sua orchestra, quella anni ’30-’40 per intenderci,  dove spiccavano grandissimi solisti come Lester Young, Buddy Tate, Buck Clayton, Dicky Wells, Harry Edison, senza contare della mitica sezione ritmica Count Basie – Freddie Green – Walter Page- Jo Jones dal sound inconfondibile, dove l’intreccio continuo di riff costituiva l’impalcatura dei suoi famosi head arrangements. Molto meno si accenna invece alla seconda versione della sua orchestra, quella emersa dopo la crisi di fine anni’ 40-inizio ’50 che costrinse Basie a sciogliere la precedente, nella quale invece emersero una serie di arrangiatori, tra cui Benny Carter, Thad Jones, Neal Hefti, Quincy Jones, Frank Foster, Frank Wess e Ernie Wilkins, che diedero all’orchestra un sound e una impostazione di riferimento per quasi tutti gli arrangiatori delle orchestre formatesi successivamente. La caratteristica di quella seconda orchestra era una perfezione esecutiva totale, determinata da un affiatamento unico tra grandi musicisti di una seconda generazione, come i già citati Thad Jones, Frank Wess e Frank Foster, cui si dovrebbero aggiungere al minimo il trombettista Joe Newman (uno dei più sottovalutati tra i grandi nomi dello strumento) , lo strepitoso tenorsassofonista Eddie “Lockjaw” Davis e il trombonista Al Grey.

Ci sarebbe da scrivere molto su quella orchestra e in particolare sui suoi arrangiatori che hanno contribuito in maniera determinante a fornire un metodo di scrittura e di conduzione delle diverse sezioni orchestrali per tutte le big band del jazz moderno emerse successivamente, ma stranamente l’argomento è stato poco affrontato, forse perché il jazz si è più sviluppato poi per piccole formazioni.

Per l’occasione propongo un paio di brani che ho rintracciato in rete che documentano al meglio quanto appena affermato, magari così stimolando la riscoperta di questa ed altre grandi big band disseminate nel percorso del jazz, ben oltre il periodo di massimo successo della cosiddetta Swing Era, nel quale in troppi le hanno banalmente confinate.

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