Sam Rivers, tra mainstream ed “avanguardia”

Non ho mai capito bene per quale ragione Sam Rivers (1923-2011) sia stato classificato in ambito di Free Jazz, perché a mio parere si tratta invece di uno dei tanti improvvisatori emersi negli anni ’60 che si sono mossi dal be-bop e dal modale verso direzioni più avanzate e libere ma sempre mantenendosi con la barra ben dritta nella direzione della grande tradizione della musica improvvisata africano-americana. Credo che la cosa sia dipesa dal fatto che Rivers negli anni ’70 si è mosso verso la libera improvvisazione esibendosi spesso, se non quasi sempre, in formazione di trio con contrabbasso e batteria (o tuba) e proponendosi in lunghe suites divise in parti, sui diversi strumenti da lui suonati, ossia sax tenore, soprano, flauto e pianoforte, in diverso ordine. Inizialmente quella formazione ha prodotto dischi di livello eccelso sul piano creativo e della foga ritmica ed espressiva, ma poi è progressivamente scemata in un cliché abbastanza ripetitivo. D’altronde in quel decennio, anche per motivi professionali, il jazzista di turno sembrava doversi infilare (e veniva quindi classificato) nel calderone delle avanguardie e della “free improvisation”, o doveva stare in quello più redditizio della fusione tra jazz e musiche popolari in voga, come il Rock o il Funk, pena il rischio di essere poco considerato. Temo che la scelta di Rivers possa essere stata condizionata anche da qualcosa del genere. Per un certo periodo, diciamo approssimativamente tra anni ’80 e ’90, ha subito un certo declino creativo, corrispondente a quello critico e di popolarità, per poi riemergere grossomodo tra fine anni ’90 e primo decennio del Duemila con una musica di un certo interesse, ancora avanzata, che può dirsi essere stata una sorta di sintesi delle esperienze precedenti, ma riconfermandosi comunque su un percorso legato alla “sua” tradizione africano-americana. Si tenga infatti conto che Il padre di Rivers era un cantante gospel che aveva fatto parte dei Fisk Jubilee Singers e del Silverstone Quartet. Nel 1959, inoltre, Rivers incontrò il batterista Tony Williams (allora tredicenne) che lo introdusse nel 1964 a Miles Davis, il quale lo scritturò  per un breve periodo nel suo quintetto, evento documentato nell’eccellente album Miles in Tokyo. Nello stesso periodo Rivers firmò un contratto con la Blue Note Records, iniziando a suonare come leader una sorta di mainstream molto avanzato, che peraltro corrispondeva alla linea tenuta da quella etichetta nel periodo, producendo alcuni album che rimangono tra le sue cose migliori incise. Fuchsia Swing Song in particolare è considerato un capolavoro del genere “inside-outside”, contenente anche una splendida ballata, Beatrice, divenuto poi uno standard del jazz, suonato da grandi come Joe Henderson o Chet Baker. Tuttavia, come accennato, il suo periodo di maggior fortuna critica è stato quello degli anni ’70, quando è stato considerato facente parte dell’ avanguardia jazzistica del periodo, assieme a Anthony Braxton e diversi altri musicisti dell’AACM, producendo comunque ancora ottimi dischi come quelli pubblicati da Impulse! (Hues, Streams, Crystals e Sizzle). Negli anni novanta, Rivers si è trasferito a Orlando, in Florida fondando un trio composto, oltre che da lui, da Anthony Cole (nipote di Nat King Cole) e Doug Matthews. Nel 1998 ha registrato, per la RCA Victor e alla RivBea All-Star Orchestra, due album per grande orchestra: Culmination e Inspiration. Altri album recenti di Rivers sono Portrait, (FMP) da solista, e Vista (Meta) in trio con Adam Rudolph alla batteria e Harris Eisenstadt al basso. Nel 2006 ha pubblicato Aurora, un disco contenente proprie composizioni per la RivBea Orchestra. Rivers è scomparso nel 2011 all’età di 88 anni a seguito di una polmonite.

Propongo per l’ascolto un paio di brani rappresentativi del discorso appena fatto sul suo agire tra tradizione ed avanguardia. Il primo tratto da uno dei suoi dischi Blue Note con un sestetto di primo livello, composto da James Spaulding (sax contralto e flauto), Donald Byrd (tromba), Julian Priester (trombone), Cecil McBee (contrabbasso), Steve Ellington (batteria), oltre naturalmente a Rivers al tenore.

Il secondo è tratto da Crystals, un interessantissimo lavoro prodotto da Rivers per big band, molto avanzato e innovativo, intitolato Tranquillity. Un disco da tempo fuori catalogo, se non erro, che meriterebbe una rivalutazione. Partendo infatti da una figurazione tipicamente funky, Rivers sviluppa un discorso orchestrale armonicamente molto ardito, ricco di dissonanze che progressivamente fanno capolino in modo “controllato”, arricchendo anche la tavolozza timbrica dell’inusuale impasto sonoro così realizzato. Un brano davvero affascinante, come lo è peraltro quasi tutto il resto del disco, con una idea di big band davvero “libera” ma sempre consapevole delle complesse esigenze di scrittura d’assieme.

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