Un genio innovatore secondo a pochi

Ritengo ancora oggi che quella di Eric Dolphy sia stata una delle perdite più gravi per il jazz moderno e più passa il tempo più il suo modo di improvvisare, così originale e inconfondibile, risulta ancora avanzato e sofisticato. Egli morì infatti giovanissimo ed improvvisamente, a soli 36 anni nel 1964, lasciando un vuoto incolmabile. Un vuoto per certi aspetti valutabile anche superiore a quello lasciato da Coltrane, che morì solo tre anni dopo, a 39 anni di età, dopo essere però riuscito, se non a completare, ad approfondire a sufficienza un certo percorso musicale (per quanto molti ritengano l’ultimo suo periodo “spirituale” ancora foriero di sviluppi successivi, troncati solo dalla sua prematura morte, ma personalmente non sono di questo parere, ritenendo invece che avesse imboccato, se non un vicolo cieco, una strada legata ad un percorso musicale troppo soggettivo). E’ stato un vero peccato, perché ascoltando ancora oggi le sue ultime opere, con particolare riferimento al suo capolavoro Out to Lunch, si ha la netta sensazione di un percorso creativo interrotto traumaticamente e ancora foriero di stimolanti sviluppi. La sua influenza sui sassofonisti e multistrumentisti più avanzati dei decenni successivi a mio avviso non è stata comunque inferiore a quella di Ornette Coleman, anche se questa è stata forse musicalmente più vasta ed impattante su strumentisti di ogni tipo. Dolphy è stato un improvvisatore davvero innovativo e “free” nel senso pieno del termine (e nei termini più generali, non vincolati a ciò che normalmente si intende per “Free Jazz”, che ho tentato di spiegare in un mio scritto pubblicato sul numero di Luglio di Musica Jazz di quest’anno) in grado di utilizzare nel suo fraseggio intervalli amplissimi e cercando di allargare i limiti imposti dalle regole armoniche. Dolphy stesso riteneva (in modo sorprendente per l’epoca) il suo stile sostanzialmente tonale, come si evince da una intervista del tempo condotta da Martin Williams e recentemente pubblicata tradotta sulle colonne di Musica Jazz di Agosto in cui afferma: “…Vedo il  mio stile come tonale. Suono certe note che, di solito, non verrebbero considerate giuste all’interno di una specifica tonalità, ma per me lo sono. Non credo di “uscire dagli accordi”, come dice l’espressione comune: ogni nota che suono ha un certo riferimento agli accordi del brano.”

Su Dolphy ci sarebbe da scrivere a lungo (per esempio sarebbe interessante approfondire quella parte di una intervista rilasciata a Leonard Feather dove afferma testualmente che il jazz è musica popolare americana, soprattutto dei neri americani. Chissà, forse anche lui oggi si beccherebbe nel nostro paese da certuni del “conservatore reazionario”, a causa di tale affermazione, peraltro per me quasi ovvia) ma come detto altre volte, non è questa la sede per certi approfondimenti. Suggerisco solo l’ascolto di un brano inflazionato come ‘Round Midnight, inciso nel sestetto di George Russell ad inizio anni ’60. La dimostrazione ancora una volta che si può risultare creativi anche su materiale tematico così sfruttato, quando però lo si è per davvero…

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4 thoughts on “Un genio innovatore secondo a pochi

    1. ci sarebbe in effetti molto da approfondire, sia sulla varietà delle musiche che è andato a esplorare, sia sul suo multistrumentismo (nasce come clarinettista) e soprattutto come straordinario flautista, strumento con il quale quel suo fraseggio così ardito e spigoloso ben si abbina con il suono più dolce del flauto. Una figura davvero straordinaria che dopo tanto tempo si staglia ancora nei cieli del jazz come una stella luminosa, ma oggi stranamente poco citata rispetto ad altre sin troppo battute

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  1. Personalmente ho sempre adorato Dolphy e lo considero una delle più grandi menti musicali della musica afroamericana e del Novecento. Molti non sono mai riusciti a fare i conti con lui fino in fondo, ed è per questo che, forse, se ne parla poco. E’ comprensibile: il suo messaggio musicale è complesso, difficile, e sfugge come un’anguilla ad ogni tentativo di incasellarlo.
    Sulla questione del carattere tonale o meno della sua musica e del suo stile improvvisativo, penso sia importante capire cosa intendeva con quella frase. A rigor di termini, se “esci” dalle note consentite, secondo una logica tonale, dal giro armonico, ti stai già muovendo oltre la tonalità. Però, c’è un però.
    Da un lato, ragionando su quella frase, mi viene in mente Edgard Varese – che infatti era un compositore molto amato da Dolphy, al punto che lo omaggiò incidendo una versione di “Density 21.5” per flauto solo. La scrittura di Varese porta alle estreme conseguenze l’idea, di per sé banale e ovvia, per cui il significato musicale di una nota non dipende solo dal fatto di appartenere ad una certa tonalità o ad una certa scala. Dipende anche dal registro in cui la si suona, dal timbro dello strumento che la suona, dall’impasto con gli altri strumenti, e, ovviamente, dal modo in cui viene collegata alle altre altezze. In questo senso, una nota che non ha nessun valore “funzionale” nei termini dell’armonia tonale può diventare essenziale nella costruzione di un discorso musicale.
    Ecco, mi sembra che, nel modo in cui Dolphy lavora sugli scarti di registro, ad esempio, sia all’opera lo stesso tentativo di portare questa cosa alle estreme conseguenze. Poi, nel suo stile, intervengono altri fattori ancora: l’intonazione, l’attacco, la pronuncia ecc. Ed è qui che la suggestione “europea”, per così dire, si fonde con e acquisisce un senso nuovo interagendo con il retaggio afroamericano.
    Dolphy, in fondo, è tutto salvo che un musicista cerebrale. Ha un senso del blues da far paura, in certi momenti suona come un “honkers”. Il suo timbro è inconfondibile. I suoi assoli ti prendono alla bocca dello stomaco.
    Con questo non voglio dire che la sua sia una semplice sintesi tra le due cose. O meglio, lo è, ma solo nel senso profondo per cui una sintesi del genere è qualcosa di nuovo, che non può essere ridotto alla semplice somma dei fattori.
    E sì, sarebbe stato bello vedere dove tutto questo avrebbe potuto portarlo…

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