Ogni tanto fa bene risentirlo…

Oggigiorno non si parla più molto di Charlie Parker e le ragioni sono diverse, più che plausibili. Io stesso tendo a parlarne relativamente poco, tanto è vero che questo è il primo articoletto dedicato a lui ad un anno dalla nascita del blog.

Si tratta innanzitutto di uno dei personaggi più esplorati in letteratura, il cui genio è noto a qualsiasi jazzofilo, anche alle prime armi, e quindi si tende inevitabilmente a darlo per scontato. Uno dei pilastri di questa musica e in particolare del jazz moderno che mi ha fatto definitivamente svoltare verso il jazz già all’età di sedici anni, nel 1977, quando l’ho scoperto, provenendo negli anni adolescenziali – come molti nel periodo – dal mondo del Rock. Una autentica illuminazione, una sorta di piacevole botta in testa dalla quale, è evidente, non mi sono più ripreso.

Un’altra ragione, più oggettivamente musicale, è invece legata al fatto che Parker è figura fortemente e strettamente legata alla stagione del Be-bop dell’immediato dopoguerra e alle relative “esplosive” innovazioni introdotte che si sono riverberate sulla sempre più variegata musica improvvisata dei decenni successivi, secondo  un processo di metabolizzazione linguistica i cui effetti, per quanto comunque ancora presenti, si sono pian piano attenuati sino a giungere alla musica proposta oggi che, in molti casi, specie in quella europea, si è decisamente allontanata da quei modelli. Una musica, il jazz, che ha conosciuto altre fasi importanti successive a quella del be-bop, i cui schemi formali paiono ad una gran parte degli improvvisatori odierni ormai esausti, in relazione ad un linguaggio divenuto “classico” ed entrato a far parte della grande tradizione di un jazz che pare proiettarsi verso nuove e assai variegate direzioni. Il che ha fatto intendere a molti nuovi appassionati del genere la non necessità di studio della musica di Parker, esattamente come chi era ai tempi partito dal jazz moderno non riteneva essenziale lo studio di Louis Armstrong (e analoghi jazzisti coevi), ritenendo obsoleto il linguaggio del jazz antecedente alla svolta del be-bop. Un evidente errore, peraltro riscontrabile abbastanza di frequente, che probabilmente deriva da una scarsa conoscenza della cultura musicale americana, in particolare afro-americana e dei relativi meccanismi formativi del suo cosiddetto “continuum”. Un “mistake” causa a mio avviso di quell’esecrabile approccio “modaiolo” verso il jazz di cui parlo spesso sulle colonne di questo blog. Non solo infatti oggi si trovano appassionati del genere che conoscono poco o nulla la musica di Parker, se non per meri motivi “storici”, ma addirittura si comincia pure a far fatica a trovare chi sia partito almeno da Coltrane e Davis (non quello della svolta elettrica, chiarisco, che è assai noto). Non mi spiego altrimenti e ad esempio come si possano trattare con enfasi e lodi sperticate in questo paese dei semplici epigoni come Francesco Cafiso (per Parker) e Paolo Fresu (per Davis), il cui contributo al linguaggio del jazz è del tutto marginale.

Al di là di questo e come ho accennato nel titolo, ogni tanto fa davvero bene ascoltare o riascoltare cosa sia per davvero il genio musicale, non solo nel jazz, evitando magari di correre dietro all’ultimo nome o “fenomeno” in voga e sulla bocca di tutti, come si tende a fare oggi, magari pompato da un marketing musicale sempre più invadente, e che non vale un decimo di geni come Parker, rischiando pure di sparire dalla scena in men che non si dica.

Giusto tra i dischi della settimana scorsa mi è capitato di ascoltare, balzando dalla sedia, questa ballad tra le preferite da Bird suonata in un concerto tenuto a Boston nel 1952 con una formazione strepitosa composta oltre che ovviamente da Parker, dal giovane talento di Joe Gordon alla tromba, protagonista di un bell’assolo, Dick Twardzick al piano (il talentuoso pianista di Chet Baker nella famosa tournée europea di metà anni ’50 in cui morì per overdose), nientemeno che Charles Mingus al contrabbasso e Roy Haynes alla batteria. Formazione davvero splendida, ma il protagonista è Parker, che cava dal suo sassofono una improvvisazione impressionante sotto diversi aspetti su Don’t Blame Me. Dimenticarsi di cose come queste è da considerare davvero imperdonabile. Buon ascolto e buon inizio settimana.

300x300  Don’t Blame Me

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2 pensieri su “Ogni tanto fa bene risentirlo…

  1. Ascoltare Parker è *sempre* illuminante e trascrivere i suoi soli un’esperienza semplicemente emozionante. Se certamente si tratta di un genio, di una delle più grandi mendi musicali del Novecento e della storia, è però un peccato che certa narrazione sul jazz l’abbia confinato nei limiti angusti e ingenerosi del “genio maledetto”. Io, ad esempio, ho sempre trovato imbarazzante la mitologia che si è creata intorno alla famosa versione di “Lover Man”, e soprattutto l’ostinazione a considerarlo un “capolavoro”, più riuscito della successiva re-incisione voluta dallo stesso Parker.

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    1. Sono molto d’accordo con la tua osservazione, molto pertinente anche quella su Lover Man. Il problema è che ancora oggi certi aspetti, quasi da gossip, intorno alla musica prodotta, continuano a far più presa della musica stessa, il che si spiega anche con un discreto analfabetismo musicale tra gli stessi che si dichiarano appassionati del genere e che si riscontra non infrequentemente nel nostro paese, dove le carenze nel campo anche in ambito scolastico di base sono ben note.

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