Il Blog un anno dopo…

1017il 13 ottobre dello scorso anno nasceva questo blog. E’ già passato un anno e per la verità dovrei evitare un’autocelebrazione che rischierebbe una forma di narcisismo oggi peraltro molto diffusa con la visibilità che può dare la rete a chiunque. Tuttavia, ho deciso di correre il rischio perché i risultati ottenuti nel giro di un anno sono più che incoraggianti, avendo creato anche un fedele pubblico di lettori interessati a sentire voci alternative rispetto ad una maggioritaria narrazione della materia un po’ troppo allineata su posizioni quanto meno discutibili.

Il sito ha proposto più di 300 articoli superando i 10.000 visitatori e i 17.000 accessi e considerando che è partito dal nulla e si divulga quasi solo con l’utilizzo di Facebook è un risultato iniziale quantitativamente soddisfacente, calcolando che ho sempre volutamente evitato di dedicare gli articoli ai nomi più battuti o in voga che solitamente contribuiscono ad aumentare gli accessi, il che non era e non è l’obiettivo primario che mi sono posto.

Al di là infatti dei numeri totalizzati, importanti sino ad un certo punto, mi sono mosso puntando in questo primo anno ad un racconto non troppo incentrato sull’attualità, ma più orientato ad una divulgazione della materia che miri a far scoprire, o semplicemente a far riscoprire, i grandi personaggi spesso inspiegabilmente trascurati, in un racconto “a puzzle” della lunga e ricca storia che questa musica ha saputo accumulare in circa un secolo di vita, andando anche oltre il bacino del jazz e guardando intorno a ciò che è successo intorno al jazz. Ciò principalmente perché uno degli errori più vistosi che ho notato nella narrazione italica della materia è il reiterato  e artificioso tentativo  di presentare questa musica separata dal bacino delle musiche popolari di riferimento, che nei decenni si è rivelato sempre più vasto e oltre i confini nordamericani dai quali ha preso le mosse. Contrariamente a quel che si è spesso detto, è più il jazz ad aver utilizzato materiale musicale proveniente da fonti musicali esterne che il viceversa, perciò non si capisce perché ritenerle separate.

Un’ altra importante motivazione è legata al fatto che si riscontra una visione odierna del jazz un po’ “modaiola” e falsamente “progressista”, che tende a minimizzare e derubricare un passato musicale essenziale, rischiando persino la mistificazione, senza la conoscenza del quale è peraltro difficile comprendere appieno anche lo scenario attuale. E’ una modalità più consona a musiche di consumo che ad una musica considerata “d’arte” come il jazz e che davvero comprendo poco, ma che si sta espandendo a macchia d’olio. In ambito accademico nessuno prenderebbe sul serio chi affermasse di ascoltare la musica da Schönberg in poi, ritenendo non più necessario l’ascolto di, che so,  J.S. Bach, ma nel jazz purtroppo questo genere di cose accade e quel che fa amaramente sorridere è che viene anche preso abbastanza sul serio.

Credo che proseguirò in questo percorso divulgativo anche nel prossimo anni, perché ve n’è a mio parere la necessità, cercando pian piano di aumentare l’attenzione alla scena contemporanea e all’attualità quando sarà il caso e di tenere alta la qualità delle scelte argomentali negli scritti, compatibilmente con le mie possibilità anche e soprattutto in termini di tempo disponibile.

Probabilmente si sarà notata una certa carenza di presenza del jazz italiano, ma è una scelta voluta e per diverse ragioni legate anche alla mia esperienza passata quando ho affrontato il tema. In generale, ritengo che se ne parli anche sin troppo, in relazione alla vastità della attuale scena jazz mondiale, a volte anche con esagerazione e toni eccessivamente trionfalistici e provinciali. Sono interessato alla musica e non devo curare gli interessi promozionali contingenti di questo o quel musicista. La cosa non mi rende certo simpatico, ma non reggo più di tanto l’ipocrisia e in particolare quella che circola nell’ambiente che è davvero fuori controllo. D’altronde per esperienza diretta so, come altri, che non è possibile recensire criticamente un disco o un concerto di musicisti nazionali senza venir incontro a qualche diverbio o grana, se non ci si esercita in lodi incondizionate. Quindi, siccome non mi piace scrivere quello che non penso, in generale evito di farlo e se faccio un’eccezione è solo perché sono convinto di quel che scrivo. Pertanto, non mandatemi comunicati stampa su singoli musicisti da promuovere, perché non li pubblico, a meno che si tratti di annunciare manifestazioni concertistiche e festival del jazz che mantengano comunque un carattere internazionale nelle proposte e che ritenga sia il caso di segnalare sul blog. Il nazionalismo fine a se stesso e la faziosità lasciamoli ad altri ambiti più miseri rispetto alla musica, che è arte universale. E’ una scelta che certo mi fa perdere un po’ di potenziali visitatori, ma come già detto dei numeri non mi preoccupo più di tanto.

Mi auguro piuttosto di poter aver ancora il tempo necessario da dedicare a questa attività per l’anno a venire, il che di questi tempi non è semplice.

Un saluto a tutti i lettori sulle note di Happy Birthday suonate dal Wynton Marsalis Septet.

Riccardo Facchi

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