Ornette Coleman e il blues

ornettecoleman_theshapeofjazztocome_cmOggi vorrei toccare un argomento che potrebbe risultare stimolante per una eventuale articolata discussione. Per quel che mi riguarda, considero oggi, e a distanza di tempo dagli eventi anni ’60, la figura di Ornette Coleman come la più importante per influenza (insieme a Davis, per altri versi) sul jazz a venire emersa dopo Charlie Parker (e Dizzy Gillespie, di cui ci si scorda sempre, a mio avviso incomprensibilmente e poco avvedutamente). Non vorrei scandalizzare qualcuno (visti i recenti peana commemorativi, alcuni anche non troppo a proposito) se dico che Coleman si sta rivelando decenni dopo più influente di Coltrane. Diciamo che Coltrane ha avuto un effetto potentissimo nel decennio successivo alla sua morte, più di Coleman, ma l’onda lunga dell’approccio colemaniano si è rivelata più duratura e meno circoscritta a precise linee stilistiche del jazz rispetto a Coltrane (modale prima e free poi). In realtà ci ho pensato parecchio sul tema e mi sono pure confrontato con chi ha più competenze e conoscenza del sottoscritto, il quale si è trovato sostanzialmente d’accordo. Stiamo comunque parlando di due geni e due figure fondamentali, chiarisco, ma quel che intendo dire è che l’influenza di Coleman si dimostra, vista con l’occhio di oggi, più vasta, andando a toccare anche musicisti molto diversi come, solo ad esempio, Pat Metheny da un lato e John Zorn dall’altro. Peraltro, se si può affermare che l’approccio allo strumento di Coltrane ha avuto una influenza devastante agli inizi sui sassofonisti delle generazioni successive, man mano questa si è diluita nel tempo, specie quando è passata la sbornia del jazz modale e poi dello spiritual jazz degli anni ’70. Forse il sassofonista che meglio ha espresso una sintesi tra i due è stato Joe Lovano (non l’unico) ma quello che voglio sottolineare è che nel sassofonismo di oggi vi è in corso un forte recupero stilistico pre-coltraniano, risalendo sino al capostipite Coleman Hawkins (per inciso e analogia argomentale, potrei dire che anche la sua figura oggi si staglia maggiormente rispetto a quella di Lester Young, che negli anni ’50 ha dominato nettamente per influenza sui sassofonisti, in particolare “bianchi”, in modo potremmo dire simile a quanto fatto da Coltrane negli anni ’70) e passando per Ben Webster, Don Byas, Lucky Thompson E.L Davis, Gene Ammons, Dexter Gordon e Sonny Rollins da un lato, e per i sassofonisti “soul” anni ’60 dall’altro. In questo senso, figure essenziali da citare che hanno contribuito a ricollocare il linguaggio sassofonistico coltraniano nella sua giusta dimensione e nella tradizione antecedente sono sicuramente stati sassofonisti come Branford Marsalis (passando anche per Wayne Shorter), Joshua Redman e James Carter, ma anche nelle più recenti generazioni (che non cito per non dilungarmi eccessivamente nell’inciso) si possono citare esempi in cui il “coltranismo” si è perfettamente miscelato, e non più in termini preponderanti, con la tradizione sassofonistica antecedente.

Con questo sto a sottolineare, generalizzando, come in realtà nella tradizione musicale afro-americana non esistono salti e “rivoluzioni” che si stacchino dalla propria tradizione, come invece ancora oggi si intende maggioritariamente quando si parla di figure come Coltrane e, a maggior ragione, con Ornette Coleman, del quale si parla sempre in termini di distacco definitivo, se non di rottura, con la propria tradizione, citando regolarmente e, lasciatemi dire, banalmente, sempre e solo il suo Free Jazz. Di fatto, se si analizza bene la biografia, la storia musicale e discografica di Coleman, si scopre un improvvisatore e un compositore fortemente legato alla profonda sua tradizione. Basterebbe citare il suo rapporto col blues, quasi primordiale, di cui è disseminata la sua discografia e non conosco nulla di più tradizionale, fondamentale e afro-americano, sino al midollo, del blues. Altrettanto si potrebbe affermare, forse anche a maggior ragione, per Miles Davis, il cui rapporto col blues è stato costante per tutta la sua carriera e le sue frequenti (apparenti) mutazioni stilistiche.

Dunque nessuna rottura col passato, tesi che, per mia impressione, pare essere utilizzata solo da chi vuole sottolineare il valore e l’affrancamento pressoché definitivo di certe musiche improvvisate europee dalla tradizione afro-americana, che rimane comunque ancora oggi la colonna portante del jazz contemporaneo, nonostante tutti gli sforzi (per me poco fondati) di dimostrare il contrario.

A supporto delle argomentazioni testé esposte,  porto qui alcuni esempi circa brani incisi da Coleman in diversi momenti della sua carriera e basati sul blues.

Buon ascolto.

Tears Inside

Turnaround

Ramblin’

Blues Connotation

Good Old Days

Broadway Blues

Buddha Blues

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