Stevie Wonder, il compositore

Un paio di anni fa avevo scritto un saggio su Stevie Wonder, poi ampliato e corretto pubblicato sul sito Free Fall Jazz, evidenziandone l’eccezionale aspetto da compositore che ne fa una sorta di Duke Ellington/ George Gershwin dei nostri giorni. Nello scriverlo mi sono infatti reso conto di quanto il suo ricchissimo book di temi sia frequentato dai jazzisti degli ultimi 50 anni e di tutto il mondo: da Buddy Rich, Nancy Wilson, Jazz Crusaders e Ramsey Lewis sino ai recentissimi SF Jazz Collective, Aaron Goldberg e Gwilym Simcock, giusto per citarne qualcuno. Persino un maestro della Third Stream Music e dell’avanguardia pianistica, ma anche grande conoscitore del Songbook americano, come Ran Blake, stima e suona spesso le composizioni di Wonder, come ho potuto riscontrare in una sua recente esibizione ad Aperitivo in Concerto a Milano. La cosa potrebbe sorprendere chi del jazz ha una visione elitaria, erroneamente scissa dal resto della musica popolare americana e in particolare, in questo caso, da quella afro-americana.

Qualcuno potrebbe pensare che in fondo Wonder è solo un compositore di semplici (?) canzoni, nient’altro che belle melodie su elementari schemi formali. Niente di che, insomma, stando a un trend critico odierno molto di moda che ritiene la complessità formale un “must” per raggiungere alti livelli qualitativi in ambito di musiche improvvisate. Tutto estremamente opinabile, se non falso, su tutti i fronti, in quanto innanzitutto occorrerebbe non confondere la semplicità formale e dell’eventuale ascolto con la semplicità nello scrivere una bella melodia, cosa che invece ritengo essere una tra le cose più difficili da farsi in musica. Poi si potrebbe anche smentire il discorso della semplicità formale delle canzoni di Wonder, che peraltro rivelano spesso una costruzione armonica per nulla banale.

Superwoman ( Where Were You, When I Needed You) ne è un esempio, spiccando come un autentico capolavoro compositivo che merita un approfondimento proprio per la sua originale struttura formale molto distante dai regolari modelli seguiti nella canzone popolare. Si tratta di una sostanziale composizione bitematica o, si potrebbe dire, “bicanzone”, con i temi collegati tra loro da un interludio, il tutto completato da una introduzione e una parte finale ad libitum, comprensiva di assolo di chitarra. Il primo tema, o canzone, è complessivamente di 80 bars con due sezioni, A e B, da 8 bars, del tipo AABBAABBBB. Segue un interludio di collegamento di 16 bars e quindi una seconda canzone completa, melodicamente davvero strepitosa e cantata in modo superbo, di classica struttura AABA 32 bars (che indico come CCDC, per non confondersi con il primo tema), quindi un finale libero del tipo C*DC con C* comprendente un assolo di chitarra e poi una ripetizione ad libitum di C, alzando la tonalità.

Una forma a più temi dunque, di una certa lunghezza e complessità, con uno stile compositivo e uno sviluppo multitematico che potrebbe ad esempio ricordare a livello concettuale certi lavori a largo respiro di Duke Ellington. Non a caso il brano gode di diverse versioni (Lionel Hampton; Quincy Jones; Ramsey Lewis; Phil WoodsGeorge Duke; Eliane Elias), utilizzando per lo più solo il secondo tema, di struttura classica per gli standard usualmente eseguiti in ambito jazzistico.

Per l’occasione propongo la versione originale di Wonder e due cover prodotte sul secondo tema della canzone: la prima di Donny Hathaway e la seconda di Carmen Mc Rae, che introduce la canzone descrivendo (giustamente) Wonder come un genio. Qualcuno ha dei dubbi?

 

 

 

 

 

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