L’arte, quasi dimenticata, di scrivere una melodia

Ci sono canzoni del repertorio di Broadway utilizzate dai jazzisti che sono diventate immortali per la intrinseca bellezza della loro linea melodica. Un po’ più raro è il caso di composizioni scritte da jazzisti che posseggano analoghi requisiti. Una di queste è certamente A Child Is Born, proveniente dalla penna di Thad Jones e liriche di Alec Wilder.

E’ una ballata jazz, una canzone regolare di 32 battute (di cui solitamente in assolo usate come chorus solo 30, omettendo le ultime due) ed è stata scritta nel 1969, con una melodia semplice ma molto tenera ed efficace che pare esprimere proprio la profonda gioia interiore per la nascita di un figlio. Da allora è divenuta uno standard del jazz. Il brano è in 3/4, nella tonalità di Si bemolle maggiore e, come si può notare dallo spartito in pdf linkato sul titolo, ha uno svolgimento melodico abbastanza lineare ma inusuale, dove la struttura, divisibile tipicamente in 8-8-8-8,  potrebbe essere più nello specifico indicata come (5-3)-(5-3)-(5-3)-(5*-3), poiché in tal modo si mette in rilievo come nelle prime 5 battute di ogni sezione si ripeta la stessa identica melodia e se ne cambi l’epilogo solo nelle restanti 3, con una eccezione ma determinante nell’ultima sezione, dove in particolare un mi bemolle diventa un bequadro, seguito da sol-do-re (un ottava sopra), anziché da fa-sib-re (l’ottava sotto). Il pezzo è stato registrato da un certo numero di musicisti tra cui Tony Bennett, Carmen Mc Rae, Stanley Turrentine, Bill Evans, Richard Davis, Stan Getz, Kenny Burrell, Stanley Jordan, Hank Jones, Tommy Flanagan, Oscar Peterson e Roland Hanna, oltre naturalmente che da Thad Jones con la Big Band condotta insieme a Mel Lewis.

Del brano voglio giusto proporre tre diverse versioni, quella originale di Thad Jones, quella in piano solo di Roland Hanna mi pare proveniente dal disco registrato al Festival di Montreux del 1974 e infine, forse la più interessante, quella di Bill Evans tratta da Quintessence del 1976, registrata in quintetto assieme a Harold Land al sax tenore e Kenny Burrell alla chitarra. Vorrei sottolineare in particolare il trattamento che ne fa Bill Evans, che enuncia il tema inizialmente in 4/4 anziché in 3/4 e poi sviluppa assoli e ripresa finale del tema in tre. L’idea iniziale di suonarlo in quattro a mio avviso rende il pezzo ancora più solenne ed emozionante.

Buon ascolto.

 

 

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5 thoughts on “L’arte, quasi dimenticata, di scrivere una melodia

    1. Giusto, bravissimo, mi ero dimenticato di Kenny Werner, peraltro pure l’ho quel disco. Grazie Carlo per l’indicazione. Tra l’altro Werner dovrebbe invece essere frequentato dal grande pubblico un pianista di una musicalità rara di questi tempi. L’ho ascoltato lo scorso anno al Teatro Parenti a Milano col suo trio e fece un gran concerto

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