Change of the Century

1215451Se dovessi indicare in estrema sintesi un elemento in musica che è stato davvero il crocevia innovativo nel Novecento, indicherei senza alcun dubbio il ritmo. Il ritmo e la musica ritmica, questi sono stati i veri elementi “rivoluzionari” del XX secolo che hanno dato il là ad un nuovo modo di fare musica. Si badi bene, sto proprio riferendomi al termine musica in generale e non sto pensando solo al jazz. Basti pensare ad una figura geniale e fondamentale del Novecento accademico come Igor Stravinskij, o d’altro canto al Rhythm & Blues e il Rock, ma è certo che la musica degli afro-americani, jazz ovviamente compreso, è stata in questo senso l’assoluta protagonista, dando un contributo decisivo e segnando il corso degli eventi musicali sino ai nostri giorni.

Da molto tempo si assiste ad un accalorato dibattito su cosa sia oggi identificabile con il termine “jazz”. C’è chi afferma, con pretesa di passare per persona musicalmente molto “aperta”, di ritenere ormai inutili e “passé” certe categorizzazioni di genere, visto il plurimo e costante intreccio in atto tra culture musicali diverse dovuto alle cosiddette “contaminazioni”, che renderebbero tutto una sorta di pappa omogeneizzata indistinguibile (ma allora perché continuare ad usare il termine “jazz” per identificarla?). Tralasciando chi erroneamente tende a collegare tale termine alla presenza dell’improvvisazione, o di un non meglio identificato interplay tra i musicisti, tutto o niente parrebbe oggi essere “jazz”, sicché in un festival jazz si possono trovare tranquillamente i nomi di un Gino Paoli o Ludovico Einaudi accostati a quelli di un Tom Harrell o Joe Lovano, giusto per dire. Il che è più indice di confusione culturale che di mente aperta, poiché in realtà rimangono sempre degli specifici requisiti identificativi del genere musicale. Uno di questi è un certo tipo di elaborazione ritmica nello svolgimento del pensiero musicale, sia in fase di composizione che in quella di improvvisazione, senza la quale a mio avviso non si può parlare di jazz, poiché questa musica, pur con tutte le commistioni e sincretismi avvenuti nel corso di più di un secolo di mutazioni e innovazioni, è un idioma che mantiene precise caratteristiche di pronuncia che permettono sempre di identificarla come tale. Il ritmo è una di queste, e non sto parlando solo banalmente di “swing”, poiché si potrebbe raccontare la storia di questa musica valutando l’evoluzione che ha subito sul piano ritmico.

batteriaDa New Orleans al Free, si potrebbe dimostrare che il jazz è progredito proprio sul piano della sofisticazione ritmica, con sovrapposizione continua di ritmi e metriche sempre più elaborate e complesse. E non è un caso che esso abbia assorbito, specie dal dopo guerra ad oggi, i ritmi e le concezioni ritmiche più svariate: dalla musica cubana e caraibica alla musica brasiliana, sino a quella indiana, araba e mediorientale, ritmicamente complesse già di loro, hanno man mano preso piede tra gli improvvisatori, con addirittura i casi dei ritmi brasiliani e afrocubani entrati pienamente a far parte del bagaglio culturale di ogni jazzista degno di questo nome.

Tuttavia, oggi assistiamo, specie in Europa, ad un progressivo allontanamento nella musica improvvisata da quei modelli e ad un più generale e progressivo depauperamento ritmico, sino a casi non infrequenti di suo annichilimento. C’è chi parla spesso da noi di conservatorismo, reazione e riflusso per quei jazzisti delle nuove generazioni (europei compresi) che si rifanno ai modelli americani e afro-americani in ambito di musica improvvisata, proponendo in alternativa un tipo di musica in cui l’elemento ritmico tende sempre più alla marginalità, se non all’assenza. Abbonda oggi musica elegiaca in cui prevale il culto del suono e dove gli strumenti ritmici svolgono ormai solo una funzione coloristica. In questo senso, buona parte della produzione recente della tanto lodata e pubblicizzata tedesca ECM è massimamente rappresentativa di quel che sto dicendo.

2010-04-24-controrivoluzionePenso invece, al contrario di quanto si tende ad affermare, che questo sia il vero riflusso, la vera “reazione” musicale, una sorta di “contro-rivoluzione”, con un ritorno a schemi musicali già morti e sepolti e che sembrano voler saltare a piè pari una fase musicale che non solo è ancora viva, ma è forse l’unica a fornire ancora reali prospettive future. E non è un caso che questo vento di riflusso soffi particolarmente in Europa, un continente da tempo in evidente declino culturale, ancor prima di quello politico, sociale ed economico oggi sotto gli occhi di tutti. Un declino abbondantemente negato da una élite culturale sempre più chiusa su se stessa, incapace di confrontarsi con altri modelli culturali, che vorrebbe riaffermare continuamente il primato del Vecchio Continente sul resto del mondo. Forse la chiave della crisi europea a tutti i livelli sta proprio in questo rifiuto ad accettare che il mondo è cambiato ed è andato avanti da altre parti e per altre vie, negandone l’evidenza. Si afferma da più parti che oggi il jazz si sia “evoluto” in Europa abbandonando i modelli americani dichiarati ormai superati, tesi per mio conto distorsiva, se non proprio mistificatoria, facilmente confutabile dati musicali alla mano.

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