David Sanborn e il pop afro-americano

mi0000359711David Sanborn ha rappresentato per il sax contralto negli anni ’80 quello che è stato Michael Brecker per il sax tenore, ossia un innovatore a livello di tecnica strumentale dalla grande perizia e versatilità musicale che ha prodotto diversi proseliti. Come per Brecker, e forse ancor più di lui, Sanborn è stato uno dei musicisti di studio più richiesti di quegli anni e le sue frequenti scorribande nel pop, nella fusion dell’epoca e successivo smooth jazz, sia a suo nome che di quello altrui, lo hanno segnato in modo indelebile in ambito critico come musicista venduto al business discografico della musica commerciale e conseguentemente bollato come musicista artisticamente compromesso. In tal senso, ho sempre diffidato di certe sbrigative categorizzazioni con impliciti e pregiudiziali intenti denigratori, che poco aiutano a identificare pregi e difetti del musicista ogni volta in questione. Certo, diversi suoi lavori lasciano perplessi, ma cominciamo col dire che si tratta di uno strumentista sopraffino con un suono originale, ricchissimo di armonici e un eccellente improvvisatore, il che non è poi così poco, poi possiamo discutere della validità o meno della sua musica. Occorre anche dire che c’è stato un prima e un dopo jazzistico nella sua carriera.  La sua partecipazione nell’orchestra di Gil Evans a metà anni ’70 è stata ben più che significativa. Basterebbe citare il suo imperioso assolo in King Porter Stomp su There Comes a Time o il suo intervento in Angel, tratto dal disco dedicato da Gil Evans alle musiche di Jimi Hendrix per identificare un jazzista di primo livello, mentre nelle incisioni più recenti si può riprendere ad apprezzare un solista di tutto rispetto.

Nello scritto odierno vorrei però segnalare il suo contributo da sideman in alcune incisioni in cui fa da eccellente supporto solistico a due grandi cantanti del pop afroamericano come Randy Crawford e Al Jarreau. Ho utilizzato la categoria pop afro-americano solo per puro riferimento, ma ci sarebbe da fare un bel discorso tra gli intrecci del jazz con la musica popolare, che sono stati sempre fortemente presenti nella storia della nostra amata musica. Certe nette distinzioni di genere che da noi si tendono a fare sono in realtà assai più sfumate di quanto normalmente si pensi, poiché appartenenti in gran parte allo stesso bacino musicale di riferimento. Peraltro, sia la Crawford che Jarreau conoscono molto meglio l’idioma jazzistico, anche solo per appartenenza culturale, di certi nostri dichiarati “cantanti jazz”. Non dovrei nemmeno sottolinearlo, perché è di totale evidenza, eppure c’è chi la pensa esattamente all’opposto (forse anche maggioritariamente) il che per mio conto, spiega la profonda distorsione culturale e informativa che ancora è presente nel nostro paese in materia e che pare addirittura rafforzarsi nel tempo.

Per quanto la musica sia un po’ patinata, la Crawford dà una bella versione del celeberrimo brano di Bob Dylan, mentre Jarreau canta con grande intensità un vecchio frequentatissimo Since I Fell For You. Versioni molto personalizzate da entrambi i cantanti.

Buon ascolto.

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