Se qualcuno riesce a far di meglio…

Ho sempre avuto  grande stima per i musicisti che sanno suonare e improvvisare su uno strumento e, insieme, sanno anche esibirsi come cantanti di un certo (alto) livello, perché indice, a mio parere, di un talento musicale davvero non comune. Seguendo la tradizione dei Louis Armstrong o di un Nat King Cole, considero George Benson uno di questi grandi talenti, la cui unica pecca è forse stata quella di non aver reso artisticamente tanto quanto avrebbe potuto. Peraltro suoi grandi dischi o grandi esibizioni non mancano in carriera e la sua influenza sul chitarrismo jazz successivo non può certo passare in secondo piano, ma è anche vero che il suo straripante successo commerciale, conseguito in special modo negli anni ’80, ci ha presentato un musicista troppo orientato alla musica facile e alle mode del momento, contribuendo ad appannare fortemente il valore artistico della sua figura musicale. In ogni caso si è sempre comportato da grandissimo professionista.

Mi capitò di ascoltarlo dal vivo, in seguito alla pubblicazione del disco (Tenderly) registrato con Mc Coy Tyner nel 1989, alla Grande Parade du Jazz di Nizza. L’incisione segnava proprio il ritorno di Benson al jazz dopo il suo periodo più commerciale in stile “disco music” e mi mostrò “live” due cose: il suo talento musicale straordinario, per la facilità con cui suonava e cantava sul palco e come musicisti di questo livello non si dimentichino mai di saper suonare della gran musica, anche dopo lunghi periodi di assenza da certe “buone abitudini”.

In quel periodo i miei genitori vivevano a Sanremo, per motivi lavorativi di mio padre, e ogni estate, a luglio, li raggiungevo, prendendomi una settimana di ferie dal lavoro per godermi una manifestazione jazzistica che oggi rimpiango molto. Mi rendo conto di aver visto in quegli anni i più grandi jazzisti dell’epoca: Miles Davis, i Jazz Messengers di Art Blakey, la rinnovata Concert Jazz Band di Gerry Mulligan (in un concerto straordinario di cui ho ancora oggi un indelebile ricordo), Don Pullen & George Adams, lo strepitoso Red Rodney Quintet con Gary Dial e Dick Oatts, Clark Terry & James Moody, Archie Shepp, Ruby Braff con Howard Alden, Jimmy Smith, le orchestre di Count Basie e Lionel Hampton e chi più ne ha più ne metta. Era una formula straordinaria: con un unico biglietto di ingresso, nell’ampia area in prossimità delle rovine romane sulla collina di Cimiez, dalle 17 a mezzanotte, ogni ora e mezza si poteva scegliere tra tre concerti in contemporanea da vedere su tre palchi diversi, e comunque si poteva passare da un palco all’altro a proprio piacimento in qualsiasi momento, rifocillandosi con della socca (una piatto tipico nizzardo fatto da una farinata di ceci) e facendo due passi di collegamento tra i palchi nei giardini di Cimiez.

Il brano che sto per proporvi è a mio avviso una delle migliori versioni jazz di una delle più belle canzoni mai scritte, ossia Stardust. Hoagy  Carmichael, che la compose nel 1927, disse di averla scritta ispirandosi alla voce trombettistica di Bix Beiderbecke. Qui Benson canta in modo strepitoso eseguendo anche una improvvisazione di chitarra delle sue. Come già accennato lo accompagna  uno splendido e misurato Mc Coy Tyner al piano e nientemeno che Ron Carter al contrabbasso. Non so se mi spiego. Se vi dovessero infastidire gli arrangiamenti degli archi e degli ottoni, ricordo che sono opera di Marty Paich, mica uno qualsiasi. In ogni caso, se qualcuno ha di meglio da proporre su questo brano, mi faccia sapere.

Buon ascolto.

R-1004768-1371907490-5211.jpegStardust

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