Dedicato a Bobby Hutcherson

Se  n’è andato a Ferragosto uno dei più innovativi e influenti vibrafonisti della storia del jazz, il cui sound e relativo linguaggio sullo strumento sono rintracciabili, tanto per dire, anche in diversi acclamati gruppi recenti di musicisti che vanno per la maggiore, come quelli di Nate Wooley e Steve Lehman, giusto per sottolineare quanto sia estesa la sua influenza, nonostante Hutcherson negli ultimi decenni fosse ancorato ad un linguaggio jazzistico moderno ma più canonico, rispetto ai primi anni della sua affermazione, nei quali ricopriva un ruolo di maggiore sperimentazione.

Non amando particolarmente scrivere “coccodrilli”, che credo troverete fatti più o meno bene da altre parti in rete, preferisco fargli omaggio dedicandogli un post meramente musicale avendo trovato in rete un suo concerto del 1982 dove improvvisa da par suo su United di Wayne Shorter e My Foolish Heart. Credo che vederlo in azione sia il modo migliore per commemorarlo.

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Lubambo e Camargo Mariano Duo

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Nel jazz contemporaneo si parla spesso e non sempre a proposito di “contaminazioni”, come se il jazz fosse diventato da poco musica da mixare e fondere con altri generi musicali, sottintendendo che esista una sorta di rigoroso “jazz puro” cui riferirsi, ma che pare in definitiva essere più uno schema mentale di certi vecchi appassionati che un effettivo ambito musicale ben definito. In realtà, il jazz  è sempre stato, di nascita e per natura, una musica ibrida e dal carattere inclusivo, predisposta a miscelarsi con contributi provenienti da una pluralità di culture musicali, che in terra nord-americana hanno trovato modo e le “naturali” condizioni per combinarsi, finendo per innescare una nuova forma di processo linguistico che ha saputo dinamicamente rinnovarsi nel tempo.

Una delle preponderanti “contaminazioni” (giusto se si vuole usare un tale termine) che il jazz ha subito e che oggigiorno può essere ormai considerata parte indissolubile di esso è quella proveniente dalla musica brasiliana. Samba, Bossanova e Choro, giusto per citare, sono da tempo entrati a far parte del mondo del jazz e rintracciabili in una moltitudine di registrazioni dedicate al jazz da una pluralità di musicisti. A tal proposito, occorre ricordare che la fusione della musica brasiliana con il jazz è avvenuta diversi decenni fa, già negli anni ’50, durante i tour che diversi musicisti americani hanno fatto in terra brasiliana, nei momenti e nei modi che, ad esempio, ho sinteticamente cercato di descrivere in un mio articolo dedicato a Dizzy Gillespie e pubblicato su Musica Jazz nel febbraio di quest’anno, intitolato: ” Dizzy ai Caraibi“. Tutto questo ben prima cioè delle famose registrazioni di Stan Getz con Charlie Byrd del febbraio 1962 che per i più ancora oggi segnarono discograficamente l’incontro tra i ritmi brasiliani e quelli del jazz.

Il fatto è che non solo i jazzisti americani hanno saputo assorbire i ritmi brasiliani nella loro musica, ma anche, viceversa, si sono potuti affermare molti musicisti brasiliani come jazzisti di valore, creando in un certo senso uno scambio musicale alla pari. Conseguenza di un tale processo nei decenni successivi sino all’oggi è stata una presenza ragguardevole sulla scena musicale di molti bravissimi jazzisti brasiliani che hanno saputo dare un loro importante contributo.

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Tra questi,  il pianista Cesar Camargo Mariano e il chitarrista Romero Lubambo, già da tempo sulla breccia, sono da considerare tra i più importanti musicisti brasiliani presenti sulla scena contemporanea della musica improvvisata. Si tratta di due eccelsi strumentisti e compositori da noi peraltro ancora poco noti tra gli appassionati. La cosa si spiega anche col fatto che verso la musica brasiliana, e latino-americana più in generale, si è formato una sorta di pregiudizio critico dovuto ad un retaggio culturale, giudicabile ad essere generosi come improprio, che ha fatto considerare “facile” quella musica, così legata al ballo, al divertimento e all’intrattenimento. Tutte “parolacce” per chi si è formato una idea precostituita sull’arte musicale, peraltro applicata anche a contesti, se non del tutto, in gran parte estranei a certi concetti.

Sta di fatto che questo disco in duo registrato nel 2002 e pubblicato in prima istanza da Trama in Brasile e da Sunnyside per il mercato internazionale è esemplificativo ai massimi livelli dell’arte musicale e strumentale dei due musicisti brasiliani ed è il punto d’arrivo di una esperienza concertistica iniziata nel 1998. Il repertorio è accuratamente scelto tra composizioni originali e brani di noti autori brasiliani, come Wave  e Fotografia di A.C . Jobim, Samba Dobrado di Djavan e  April Child di Moacir Santos. In aggiunta c’è una originale versione di un noto standard jazz come Joy Spring riarrangiato, per certi versi quasi riscritto, con grande musicalità da Romero Lubambo. Una sessione di registrazione semplicemente deliziosa che farebbe bene ad essere ascoltata per decomprimersi, come minimo, da un eventuale eccesso di ascolto di avanguardismi jazzistici.

Per chi non conoscesse la musica di questi due straordinari musicisti linko qui sotto un paio di brani del disco eseguiti dal vivo.

Qualche giorno di relax…

Ci avviciniamo al Ferragosto e una piccola pausa di relax per il sottoscritto mi sembra dovuta, anche solo per ricaricare le pile e rinfrescare le idee, non solo in fatto di musica. Quindi, per qualche giorno non aggiornerò (scusate il bisticcio) il sito, ma ritengo che chi avesse tempo e voglia può sfogliare il già consistente materiale pubblicato in passato.

I dati di accesso e di visitatori dopo circa 10 mesi dall’inaugurazione di questo blog sono più che incoraggianti e in progressivo costante aumento, anche se l’obiettivo che perseguo non è tanto la quantità di visite, ma la qualità delle proposte e delle indicazioni che mi auguro vengano apprezzate, ma, come dire, non si può piacere a tutti e certo il mio voluto modo di prendere nette e franche posizioni, al di là di eventuali ragioni o torti, tende a creare inevitabilmente simpatie o antipatie, apprezzamenti o deprezzamenti. Va bene così.

Più in generale, lo scopo è quello di rendere disponibile in rete una voce diversa, alternativa e il più possibile onesta rispetto ad una narrazione italica sul jazz divenuta maggioritaria, ma abbastanza falsata nei valori, conformata su posizioni tristemente ripetitive e ormai stantie, fatte passare invece per avanzate. Senza voler offendere nessuno, segnalo a prova di questo che il pubblico del jazz mediamente è diventato oggettivamente vecchio, fatto in gran parte da ultra sessantenni che perseguono idee sulla materia legate ai propri anni giovanili e perciò rimaste sostanzialmente immutabili da ormai mezzo secolo. Idee peraltro basate non di rado su pregiudizi e fraintendimenti che rivelano una conoscenza dell’ambito culturale e sociale intorno al jazz e musiche limitrofe ancora incerta e approssimativa, che non aiuta a favorire la formazione di un quadro di valori musicali adeguato e possibilmente non viziato da ingiustificati settarismi, che invece abbondano.

Date una occhiata ogni tanto al pubblico dei concerti e vedrete che scarseggiano i giovani e sulla cosa occorrerebbe fare una seria riflessione, forse anche una seria autocritica, circa i modi con i quali si divulga oggi la materia. Occorrerebbe poi ricordare a tutti, sottoscritto per primo, che nessuno su una tale materia può ritenersi possessore della verità, ma sarebbe invece importante che ciascuno riflettesse su propri eventuali errori di impostazione, pregiudizi, confusioni e quant’altro, favorendo un confronto di idee che invece manca clamorosamente in questo paese, e non solo in fatto di musica, forse perchè manca una reale passione.

Vi lascio con la proposta di un brano che ha dei risvolti personali, quasi privati. Un brano di un disco che acquistai l’estate di diciannove anni fa, l’ultima passata con mio padre, e che ad ogni Ferragosto mi riporta alla mente con immutata emozione la sua carismatica figura. La musica serve anche a questo.

Buon Ferragosto

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La limpida tromba di Charlie Shavers

Charles James Rasoi (3 agosto 1920 – 8 luglio 1971), meglio noto come Charlie Shavers , è stato uno dei più grandi trombettisti jazz di tutti i tempi, ma abbastanza inspiegabilmente sottostimato e oggi persino dimenticato. Possedeva una tecnica brillante, una gamma espressiva molto ampia, un proprio suono riconoscibile e uno stile originale e swingante, dando sempre l’impressione che avrebbe potuto suonare benissimo qualsiasi cosa. Affermatosi nell’epoca a cavallo tra mainstream e be-bop, si può dire che fosse un discepolo indiretto, come tanti all’epoca, di Louis Armstrong. Shavers era in possesso di uno dei suoni più nitidi della storia del jazz e ha suonato con una molteplicità di grandi jazzisti di vecchia e nuova generazione, come  Johnny Dodds, Jimmie Noone e Sidney Bechet, ma anche Billie Holiday, Roy Eldridge, Coleman Hawkins e Dizzy Gillespie. E’ stato anche un ottimo arrangiatore e compositore, con una delle sue composizioni, Undecided, divenuta un battutissimo standard.

Nato a New York City, ha inizialmente suonato il pianoforte e il banjo prima di passare alla tromba. A metà degli anni ’30, si esibiva già nelle band di Tiny Bradshaw e Lucky Millinder. Nel 1936 entra a far parte del John Kirby Sextet come tromba solista e arrangiatore (aveva solo 16 anni). La band affrontava un repertorio spesso basato su note composizioni di musica classica rese in versione jazz, anche grazie a suoi arrangiamenti. I suoi assoli hanno contribuito a rendere la formazione di Kirby una delle band di maggior successo commerciale dell’epoca. Nel 1944 ha cominciato a suonare nella Raymond Scott CBS Orchestra. Nel 1945 ha lasciato la band di John Kirby per unirsi a quella di Tommy Dorsey, con la quale ha registrato e girato in tour fino al 1953. Ha suonato  con i Metronome All-Stars e ha fatto un certo numero di registrazioni come tromba solista per Billie Holiday. Dal 1953 al 1954 ha lavorato con Benny Goodman, partecipando con discreto successo personale ai tour europei del Jazz at the Philharmonic di Norman Granz. Ha poi proseguito la sua carriera professionale formando una propria band con Terry Gibbs e Louie Bellson. E’ morto prematuramente a New York nel 1971, all’età di 50 anni, per grave malattia.

Di questo superbo strumentista e improvvisatore mi sarebbe piaciuto proporre un brano tratto da una serie di 3 CD pubblicata da Lone Hill, che ha ristampato le sue splendide registrazioni effettuate con il pianista Ray Bryant (altro artista sottostimato di cui abbiamo parlato giusto ieri). Incisioni che suonano ancora oggi freschissime, di cui non ho però trovato in rete qualcosa di adeguato da proporre. In compenso, ho pensato a questo immortale brano di Gershwin che, pur in un contesto un po’ leggero ed edulcorato di un’orchestra d’archi, permette di far emergere in modo limpido il suono della sua tromba, oltre ad evidenziare la sua non comune capacità di suonare in modo magistrale melodie immortali di tal fatta, dote questa non così comune.

Buon ascolto

 

Un grande interprete del blues

Non ho mai capito bene perché un eccellente pianista, quanto magnifico interprete del blues, come Ray Bryant sia così poco citato, ma temo che il discorso sia sempre collegabile al fatto che chi come lui si è per tutta la carriera collocato in un ambito jazzisticamente ortodosso come quello del “mainstream”, manifestando un profondo legame con le proprie radici musicali, subisca un inevitabile pregiudizio critico e una certa implicita sottovalutazione, che spesso è rivelatrice di una discreta superficialità da parte di chi la opera.

Raphael Homer ” Ray ” Bryant (24 dicembre 1931 – 2 giugno 2011)  era nativo di Philadelphia ed ha iniziato a suonare il pianoforte all’età di sei anni. E’ diventato professionista prima della sua maggiore età. Tra il 1953-1956 si era già distinto come accompagnatore di grandi jazzisti, come Lester Young, Charlie Parker, Miles DavisSonny StittSonny Rollins e Coleman Hawkins, così poi come di cantanti come Carmen McRae e Aretha Franklin. Dalla seconda metà degli anni ’50 ha cominciato a guidare  un trio, esibendosi in tutto il mondo anche in solo. Negli anni ’60 la sua produzione discografica si è ulteriormente avvicinata al mondo musicale afro-americano più popolare, approssimandosi fortemente al Soul, tenendo sempre la barra a dritta in direzione del blues. Ha girato l’Europa regolarmente comparendo in diverse edizioni del Montreux Jazz Festival anni ’70, in concerti in piano solo davvero eccelsi e ben documentati da Atlantic e Pablo. Non trascurabile è stata anche la sua attività da compositore con temi noti come Cubano Chant, The Madison Time, Monkey Business, e Little Susie al suo attivo. Un pianista in sostanza che merita senz’altro una riscoperta.

Gli Ensembles di Kenny Wheeler

Considero il canadese Kenny Wheeler (ma inglese di adozione), uno dei compositori più interessanti ed originali del jazz relativamente più recente. Deceduto quasi due anni fa, Wheeler ci ha lasciato un patrimonio di meravigliose composizioni, caratterizzate da un andamento melodico molto particolare e sofisticato, armonicamente complesso ma quasi sempre leggibile. Qualità abbastanza rare da riscontrare in una musica improvvisata che progressivamente pare essersi disabituata ad una certa vena melodica nella prassi compositiva, proiettando l’interesse sempre più verso una complessità formale o strutturale che, non di rado, risulta abbastanza dispersiva e noiosa all’ascolto.

Alcune sue composizioni sono diventate veri e propri standard (una su tutte: Everybody’s Song But My Own), ma Wheeler ha saputo anche comporre a largo respiro e per formazioni allargate. Uno splendido esempio è il doppio CD Music For Large & Small Ensembles pubblicato ad inizio anni ’90 da ECM (etichetta che al tempo sapeva ancora pubblicare jazz e/o musica improvvisata di altissimo interesse, assai più di quanto faccia oggi con un catalogo eccessivamente conformato alle esigenze di uno specifico e monolitico “prodotto” discografico, caratterizzato da una spropositata attenzione al suono più che alla consistenza musicale, da un progressivo depauperamento dell’aspetto ritmico e da un abuso di un mood esecutivo elegiaco, divenuto ormai abbastanza stucchevole ed artificioso) e da considerare uno dei suoi capolavori. Più in generale, si tratta di uno dei dischi per big band e dintorni più originali e riusciti prodotti negli ultimi decenni.

Wheeler qui è supportato anche da eccezionali strumentisti con cui ha più volte collaborato in carriera: il contrabbasso di Dave Holland, la chitarra di John Abercrombie, la perfetta intesa col pianoforte di John Taylor, l’eccellente drumming di Peter Erskine e il canto di Norma Winstone, permettono alla musica di emergere in tutta la sua bellezza.

Per l’occasione propongo l’ascolto della intera The Sweet Time Suite. Lunga, ma estremamente varia e piacevole all’ascolto.

28029921_350_350The Sweet Time Suite

 

 

Un’ esplosione di ritmi

I Weather Report sono stati uno dei gruppi più significativi degli anni’70 e ’80, protagonisti per una quindicina d’anni di quella stagione della “fusion”(o “crossover” che dir si voglia) impropriamente categorizzata dalla critica specializzata del tempo come semplice fase di commercializzazione di un jazz  che si approssimava a suoni e ritmi più vicini a generi di maggior riscontro popolare, come il Rock. Non che la cosa fosse significativa, in quanto in quegli anni qualsiasi cosa non suonasse “free”, “contro”, o “avanguardia”, da noi non era minimamente presa in considerazione. Un atteggiamento pregiudiziale che in realtà è ancora riscontrabile oggi in buona parte della nostra critica jazz, vecchia più di pensiero che di età anagrafica, e che è rimasta al palo su certi concetti, cercando forse di condizionare il gusto dei fruitori a propria (poco piacevole) immagine e somiglianza, mentre la musica fortunatamente progrediva autonomamente e per altre vie. Sta di fatto che la musica dei Weather Report per certi versi ha tenuto meglio di altre gli effetti del passare del tempo e  il fenomeno “fusion” ha mostrato di essere ben più complesso, articolato e di ardua generalizzazione di come è stato semplicisticamente a suo tempo descritto. A tal proposito suggerirei di rileggersi un interessante saggio sul tema pubblicato tempo fa dal sito Free Fall Jazz e a firma Gianni M. Gualberto, in cui si cerca di spiegare il fenomeno in termini meno superficiali e approssimativi di quanto non sia stato fatto in passato.

Sta di fatto che i Weather Report hanno influenzato e favorito la nascita di molte altre formazioni del genere, tra cui si potrebbero citare gli Steps Ahead, gli Yellow Jackets, gli Spyro Gyra, tra gli altri, e prima ancora di questi, quasi negli stessi anni di affermazione dei W.R., i nostri Perigeo. Nessuno di questi però ha saputo raggiungere a mio avviso il loro livello musicale, con analoghi risultati artistici. Il tema Weather Report meriterebbe in effetti l’analisi di diversi aspetti che si sono poi manifestati nella musica improvvisata dei decenni successivi, ma ritengo che questa non sia la sede adeguata per operarne l’approfondimento.

La band nacque fra la fine degli anni ’60 e inizio anni’70 da un gruppo di musicisti che ruotavano intorno a Miles Davis. I leader indiscussi del gruppo sono stati per tutto l’arco di tempo della sua esistenza il pianista Joe Zawinul e il sassofonista Wayne Shorter, mentre gli altri musicisti mutavano, in parte o del tutto, quasi ad ogni nuova incisione. Probabilmente il punto più alto il gruppo l’ha raggiunto nel periodo di permanenza di quel gran genio del basso elettrico che è stato Jaco Pastorius, tra il 1975 e il 1980, ma anche negli altri periodi, specie in quello antecedente al suo ingresso nella band, la musica non è stata da meno, seppur con caratteristiche diverse nel sound complessivo e in parte negli intenti.

Una dei punti di forza del gruppo, oltre alle superbe capacità compositive e di improvvisatori dei due leader che ne hanno fornito la gran parte del materiale tematico, è da ricercare nella potenza ritmica che la band ha manifestato in tutte le sue diverse edizioni. Una autentica esplosione di ritmi, il che, per quel che mi concerne, è l’elemento fondamentale che mi fa avvicinare al jazz più questa musica, a suo tempo giudicata derivativa, rispetto a tanta pseudo avanguardia e musica di oggi che ha fatto del progressivo depauperamento dell’elemento ritmico, e conseguente affrancamento dalle radici afro-americane, la sua peculiarità.

Il brano che sto per proporvi proviene da uno dei dischi più compatti e rappresentativi, ma meno citati, dei W.R., dove l’elemento ritmico è in grande evidenza, sia a livello di strumentazione che di modalità esecutive. Wayne Shorter in particolare fa bella mostra di tutto il suo originalissimo senso ritmico, emergendo anche come strepitoso solista e specialista del sax soprano, con un sound tra i più imitati in ambito di fusion (e non solo in quello).

La formazione della band è la seguente:

Josef Zawinul: Rhodes piano, melodica, acoustic piano, TONTO synthesizer, Arp 2600 synthesizer, organ, steel drums, out, mzuthra, vocals, West Africk, xylophone, cymbals
Wayne Shorter: Soprano sax
Alphonso Johnson: Electric bass
Ndugu (Leon Chancler): Drums, tympani, marching cymbals
Alyrio Lima: Percussion

Buon ascolto e buon inizio settimana.

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Una dedica a Rio 2016

 

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Stanno per iniziare le Olimpiadi di Rio de Janeiro e ho pensato nell’occasione di dedicare un pezzo del blog alla grande musica brasiliana interpretata da grandi jazzisti su una delle composizioni di A.C. Jobim che preferisco in assoluto, ossia Chega de Saudade, proposta in due diverse versioni. La prima è un live in trio di Eliane Elias col marito Marc Johnson al contrabbasso e l’aggiunta iniziale della chitarra, nella quale si mixa in modo intelligente un approccio perfettamente idiomatico con la successiva improvvisazione jazzistica. L’altra, di Gary Burton in solo, è probabilmente la versione jazz più straordinaria che mi sia capitato di sentire su questo magnifico brano, peraltro di bellezza propria. In entrambi i casi siamo di fronte ad una esplosione di ritmo e di fantasia in improvvisazione. Ritmo e fantasia, due qualità che indubbiamente si possono identificare in quel grande paese che è il Brasile.

Buon ascolto, buone Olimpiadi e buon fine settimana.

 

 

In attesa di un “Great European Songbook”…

Le registrazioni al Village Vanguard di New York effettuate da Sonny Rollins a fine 1957, sono probabilmente da considerare ancora oggi tra i massimi capolavori del trio sax tenore-basso-batteria. Si stenta a credere che dischi del genere siano stati incisi quasi 60 anni fa, tanto risultano ancora oggi freschi e avanzati e, audite audite, costruiti su degli standard, materiale compositivo che, almeno secondo il raffinato parere di alcuni “dotti” e avanzatissimi nostri jazzisti, ha rotto i “cosiddetti” e sarebbe materiale compositivo da mandare al macero. Posso capire il personale rapporto conflittuale con materiale che non si è mai stati in grado di suonare decentemente, ma temo che quelli da mandare al macero non siano certi supposti esausti standard, ma chi li sfregia nel tentativo di suonarli.

Tra l’altro, proprio in questi giorni riflettevo sulla questione, domandandomi perché mai l’Europa, con tutte le sue pretese di avanzamento musicale rispetto al jazz americano, non abbia saputo ancora produrre un suo book condivisibile di composizioni originali e una serie di compositori del livello dei molti prodotti dal jazz americano. Non dico tipi come Monk, Ellington, Golson, Silver o Shorter, ci si potrebbe accontentare di molto meno. Mi sbaglio? Forse, ma non credo. Qualcuno obietterà che il genere di composizione che si concepisce in ambito di musica improvvisata europea è strutturalmente più complessa rispetto a quella della classica canzone americana, certo può essere, ma rimane insoluto il fatto che non c’è molto materiale compositivo condiviso. Ognuno pare operare in modo individualistico non preoccupandosi di creare materiale comunemente utilizzabile. Probabilmente conta anche il fatto che la tradizione culturale europea è parecchio diversa da quella americana, e in particolare da quella afro-americana, che ha caratteristiche, diciamo così, più “collettive”.

Rimane il fatto che il jazz, se manterrà anche in futuro un ruolo precipuo per l’improvvisazione, ha e avrà ancora bisogno di disporre di ottimo materiale compositivo. Personalmente su questo ho pochi dubbi e mettendomi a pensare sui possibili autori europei a cui sino ad ora ci si è riferiti, “bypassando” il Great American Songbook e relativi standard jazz, mi sono venuti in mente pochissimi nomi di jazzisti le cui composizioni sono divenute di dominio comune. Uno, storico, è stato certamente Django Reinhardt, che però, a parte Nuages e poco altro, non mi pare possa essere ritenuto un compositore con un book adeguato di standard. Certo, poi si possono individuare qua e là dei buoni compositori, specie nel jazz inglese, tipo John Taylor, che ha composto qualche bel tema e in parte anche i nostri Pieranunzi (Echi) e Rava, pur con  tutti i limiti di strumentista di quest’ultimo, sono compositori interessanti, ma di rado le loro composizioni sono utilizzate anche da altri musicisti europei.

Se ci pensiamo però bene, un book di composizioni comune europeo (e non solo europeo) esiste già, ma non proviene dal jazz, bensì dalla canzone popolare e dal rock, specie quello inglese. I Beatles, ad esempio, hanno fornito un book di composizioni, o la canzone popolare francese (Et Maintenant) o quella italiana (Estate), in un certo senso riproponendo però il modello della canzone americana.

Sarebbe interessante farci una seria riflessione sul tema, sentendo anche altri pareri.

Tornando invece alla gran musica e agli standard, e ribadendo che nel jazz la discussione sul genere di materiale utilizzato per improvvisare è, per personale opinione, un falso problema, tutti sanno come Sonny Rollins sia stato un maestro della loro riscrittura in chiave jazz, sul piano armonico ma soprattutto direi su quello ritmico.

Ne è un magistrale esempio questa lunga versione del porteriano I‘ve Got You Under My Skin che è un capolavoro assoluto del jazz e dell’arte dell’improvvisazione, in cui viene raggiunto il top forse proprio nella coda finale, partendo da 8:05 del filmato proposto.

Temo che dischi come questo, fatti solo di standard, con buona pace di certuni, non romperanno mai i “cosiddetti” e se lo faranno, sarà semplicemente il sintomo per chi lo pensa seriamente, di aver sbagliato genere o mestiere.

Sonny_Rollins-A_Night_at_the_Village_Vanguard_(album_cover)I‘ve Got You Under My Skin

 

Tornando a casa con Benny Goodman e Charlie Christian

Una delle cose che tollero poco dell’approccio al jazz che riscontro da tempo in questo bizzarro paese è l’aspetto “modaiolo” col quale si cerca sempre la novità, l’ultimo grido tra gli improvvisatori, e ci si attiene quasi esclusivamente alla stretta attualità. Tutto ciò che è stato fatto ieri o l’altro ieri è già passato e sorpassato, non più degno di attenzione e a malapena ritenuto un puro fatto di conoscenza storica. Un atteggiamento che è caratteristico più della musica di consumo e che non riesco a comprendere come possa essere applicato ad una musica con una tradizione ormai secolare, protagonista del XX Secolo e così ricca di grande musica e di grandi artisti. Peraltro è evidente che non si potrebbe nemmeno comprendere seriamente la contemporaneità musicale senza una adeguata conoscenza del passato e delle sue radici, ma tant’è.

Se c’è un genio del jazz di cui ci si è in pratica da tempo vergognosamente dimenticati questi è Benny Goodman, uno dei più grandi e significativi musicisti bianchi che il jazz abbia mai prodotto. Goodman, eccezionale clarinettista e big band leader, musicista di grande e completa conoscenza musicale, nacque a Chicago da poveri immigrati ebrei provenienti dalla Russia, venendo indirizzato dal padre allo studio della musica, ma non sto qui a riassumervi la sua biografia, che potrete trovare da altre parti dettagliatamente in rete. Osservo soltanto che una delle possibili cause dell’attuale oblio in cui è caduto dipenda dal fatto che il suo nome sia stato legato a quella stagione della “Swing Era” che in Italia è stata narrata come se si fosse trattato solo di una enorme pista da ballo e quindi più un fenomeno sociale-commerciale che musicale. Il che è una evidente superficiale semplificazione, poiché Goodman, con i suoi Small Combos (trii, quartetti e sestetti) tra la fine degli anni ’30 e l’inizio dei ’40, ha gettato le basi  e creato i presupposti dello sviluppo del jazz moderno per piccole formazioni, emerso poi in grande stile nell’immediato dopoguerra. In particolare, mi riferisco al suo strepitoso sestetto comprendente il chitarrista Charlie Christian, il capostipite della chitarra jazz moderna, un genio che in quel paio d’anni che la sua breve vita gli ha concesso di vivere ha rivoluzionato la storia dello strumento e indirizzato verso nuovi criteri di improvvisazione, validi anche per altri strumenti.

Ne è un esempio questo celebre Flying Home, che sto per proporvi eseguito dal vivo, nel quale Benny Goodman lo presenta al pubblico come una “new discovery” con una certa circospezione (la presenza di musicisti neri nei gruppi dei bianchi era ancora un bel problema all’epoca) e nel quale Christian esegue una improvvisazione superlativa che ai tempi doveva suonare davvero innovativa e sembra voler dire: “così adesso si improvvisa”. Si noti in particolare la lunga frase melodica eseguita tra 1:54 e 2:07 sul bridge del brano, una modalità di improvvisazione sullo scorrere degli accordi, che verrà applicata metodicamente dai successivi boppers. Il gruppo,  davvero affiatato, comprendeva anche la stella di Lionel Hampton al vibrafono.

Buon ascolto.