Gli Ensembles di Kenny Wheeler

Considero il canadese Kenny Wheeler (ma inglese di adozione), uno dei compositori più interessanti ed originali del jazz relativamente più recente. Deceduto quasi due anni fa, Wheeler ci ha lasciato un patrimonio di meravigliose composizioni, caratterizzate da un andamento melodico molto particolare e sofisticato, armonicamente complesso ma quasi sempre leggibile. Qualità abbastanza rare da riscontrare in una musica improvvisata che progressivamente pare essersi disabituata ad una certa vena melodica nella prassi compositiva, proiettando l’interesse sempre più verso una complessità formale o strutturale che, non di rado, risulta abbastanza dispersiva e noiosa all’ascolto.

Alcune sue composizioni sono diventate veri e propri standard (una su tutte: Everybody’s Song But My Own), ma Wheeler ha saputo anche comporre a largo respiro e per formazioni allargate. Uno splendido esempio è il doppio CD Music For Large & Small Ensembles pubblicato ad inizio anni ’90 da ECM (etichetta che al tempo sapeva ancora pubblicare jazz e/o musica improvvisata di altissimo interesse, assai più di quanto faccia oggi con un catalogo eccessivamente conformato alle esigenze di uno specifico e monolitico “prodotto” discografico, caratterizzato da una spropositata attenzione al suono più che alla consistenza musicale, da un progressivo depauperamento dell’aspetto ritmico e da un abuso di un mood esecutivo elegiaco, divenuto ormai abbastanza stucchevole ed artificioso) e da considerare uno dei suoi capolavori. Più in generale, si tratta di uno dei dischi per big band e dintorni più originali e riusciti prodotti negli ultimi decenni.

Wheeler qui è supportato anche da eccezionali strumentisti con cui ha più volte collaborato in carriera: il contrabbasso di Dave Holland, la chitarra di John Abercrombie, la perfetta intesa col pianoforte di John Taylor, l’eccellente drumming di Peter Erskine e il canto di Norma Winstone, permettono alla musica di emergere in tutta la sua bellezza.

Per l’occasione propongo l’ascolto della intera The Sweet Time Suite. Lunga, ma estremamente varia e piacevole all’ascolto.

28029921_350_350The Sweet Time Suite

 

 

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Un’ esplosione di ritmi

I Weather Report sono stati uno dei gruppi più significativi degli anni’70 e ’80, protagonisti per una quindicina d’anni di quella stagione della “fusion”(o “crossover” che dir si voglia) impropriamente categorizzata dalla critica specializzata del tempo come semplice fase di commercializzazione di un jazz  che si approssimava a suoni e ritmi più vicini a generi di maggior riscontro popolare, come il Rock. Non che la cosa fosse significativa, in quanto in quegli anni qualsiasi cosa non suonasse “free”, “contro”, o “avanguardia”, da noi non era minimamente presa in considerazione. Un atteggiamento pregiudiziale che in realtà è ancora riscontrabile oggi in buona parte della nostra critica jazz, vecchia più di pensiero che di età anagrafica, e che è rimasta al palo su certi concetti, cercando forse di condizionare il gusto dei fruitori a propria (poco piacevole) immagine e somiglianza, mentre la musica fortunatamente progrediva autonomamente e per altre vie. Sta di fatto che la musica dei Weather Report per certi versi ha tenuto meglio di altre gli effetti del passare del tempo e  il fenomeno “fusion” ha mostrato di essere ben più complesso, articolato e di ardua generalizzazione di come è stato semplicisticamente a suo tempo descritto. A tal proposito suggerirei di rileggersi un interessante saggio sul tema pubblicato tempo fa dal sito Free Fall Jazz e a firma Gianni M. Gualberto, in cui si cerca di spiegare il fenomeno in termini meno superficiali e approssimativi di quanto non sia stato fatto in passato.

Sta di fatto che i Weather Report hanno influenzato e favorito la nascita di molte altre formazioni del genere, tra cui si potrebbero citare gli Steps Ahead, gli Yellow Jackets, gli Spyro Gyra, tra gli altri, e prima ancora di questi, quasi negli stessi anni di affermazione dei W.R., i nostri Perigeo. Nessuno di questi però ha saputo raggiungere a mio avviso il loro livello musicale, con analoghi risultati artistici. Il tema Weather Report meriterebbe in effetti l’analisi di diversi aspetti che si sono poi manifestati nella musica improvvisata dei decenni successivi, ma ritengo che questa non sia la sede adeguata per operarne l’approfondimento.

La band nacque fra la fine degli anni ’60 e inizio anni’70 da un gruppo di musicisti che ruotavano intorno a Miles Davis. I leader indiscussi del gruppo sono stati per tutto l’arco di tempo della sua esistenza il pianista Joe Zawinul e il sassofonista Wayne Shorter, mentre gli altri musicisti mutavano, in parte o del tutto, quasi ad ogni nuova incisione. Probabilmente il punto più alto il gruppo l’ha raggiunto nel periodo di permanenza di quel gran genio del basso elettrico che è stato Jaco Pastorius, tra il 1975 e il 1980, ma anche negli altri periodi, specie in quello antecedente al suo ingresso nella band, la musica non è stata da meno, seppur con caratteristiche diverse nel sound complessivo e in parte negli intenti.

Una dei punti di forza del gruppo, oltre alle superbe capacità compositive e di improvvisatori dei due leader che ne hanno fornito la gran parte del materiale tematico, è da ricercare nella potenza ritmica che la band ha manifestato in tutte le sue diverse edizioni. Una autentica esplosione di ritmi, il che, per quel che mi concerne, è l’elemento fondamentale che mi fa avvicinare al jazz più questa musica, a suo tempo giudicata derivativa, rispetto a tanta pseudo avanguardia e musica di oggi che ha fatto del progressivo depauperamento dell’elemento ritmico, e conseguente affrancamento dalle radici afro-americane, la sua peculiarità.

Il brano che sto per proporvi proviene da uno dei dischi più compatti e rappresentativi, ma meno citati, dei W.R., dove l’elemento ritmico è in grande evidenza, sia a livello di strumentazione che di modalità esecutive. Wayne Shorter in particolare fa bella mostra di tutto il suo originalissimo senso ritmico, emergendo anche come strepitoso solista e specialista del sax soprano, con un sound tra i più imitati in ambito di fusion (e non solo in quello).

La formazione della band è la seguente:

Josef Zawinul: Rhodes piano, melodica, acoustic piano, TONTO synthesizer, Arp 2600 synthesizer, organ, steel drums, out, mzuthra, vocals, West Africk, xylophone, cymbals
Wayne Shorter: Soprano sax
Alphonso Johnson: Electric bass
Ndugu (Leon Chancler): Drums, tympani, marching cymbals
Alyrio Lima: Percussion

Buon ascolto e buon inizio settimana.

4508534Man in The Green Shirt

 

 

 

Una dedica a Rio 2016

 

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Stanno per iniziare le Olimpiadi di Rio de Janeiro e ho pensato nell’occasione di dedicare un pezzo del blog alla grande musica brasiliana interpretata da grandi jazzisti su una delle composizioni di A.C. Jobim che preferisco in assoluto, ossia Chega de Saudade, proposta in due diverse versioni. La prima è un live in trio di Eliane Elias col marito Marc Johnson al contrabbasso e l’aggiunta iniziale della chitarra, nella quale si mixa in modo intelligente un approccio perfettamente idiomatico con la successiva improvvisazione jazzistica. L’altra, di Gary Burton in solo, è probabilmente la versione jazz più straordinaria che mi sia capitato di sentire su questo magnifico brano, peraltro di bellezza propria. In entrambi i casi siamo di fronte ad una esplosione di ritmo e di fantasia in improvvisazione. Ritmo e fantasia, due qualità che indubbiamente si possono identificare in quel grande paese che è il Brasile.

Buon ascolto, buone Olimpiadi e buon fine settimana.

 

 

In attesa di un “Great European Songbook”…

Le registrazioni al Village Vanguard di New York effettuate da Sonny Rollins a fine 1957, sono probabilmente da considerare ancora oggi tra i massimi capolavori del trio sax tenore-basso-batteria. Si stenta a credere che dischi del genere siano stati incisi quasi 60 anni fa, tanto risultano ancora oggi freschi e avanzati e, audite audite, costruiti su degli standard, materiale compositivo che, almeno secondo il raffinato parere di alcuni “dotti” e avanzatissimi nostri jazzisti, ha rotto i “cosiddetti” e sarebbe materiale compositivo da mandare al macero. Posso capire il personale rapporto conflittuale con materiale che non si è mai stati in grado di suonare decentemente, ma temo che quelli da mandare al macero non siano certi supposti esausti standard, ma chi li sfregia nel tentativo di suonarli.

Tra l’altro, proprio in questi giorni riflettevo sulla questione, domandandomi perché mai l’Europa, con tutte le sue pretese di avanzamento musicale rispetto al jazz americano, non abbia saputo ancora produrre un suo book condivisibile di composizioni originali e una serie di compositori del livello dei molti prodotti dal jazz americano. Non dico tipi come Monk, Ellington, Golson, Silver o Shorter, ci si potrebbe accontentare di molto meno. Mi sbaglio? Forse, ma non credo. Qualcuno obietterà che il genere di composizione che si concepisce in ambito di musica improvvisata europea è strutturalmente più complessa rispetto a quella della classica canzone americana, certo può essere, ma rimane insoluto il fatto che non c’è molto materiale compositivo condiviso. Ognuno pare operare in modo individualistico non preoccupandosi di creare materiale comunemente utilizzabile. Probabilmente conta anche il fatto che la tradizione culturale europea è parecchio diversa da quella americana, e in particolare da quella afro-americana, che ha caratteristiche, diciamo così, più “collettive”.

Rimane il fatto che il jazz, se manterrà anche in futuro un ruolo precipuo per l’improvvisazione, ha e avrà ancora bisogno di disporre di ottimo materiale compositivo. Personalmente su questo ho pochi dubbi e mettendomi a pensare sui possibili autori europei a cui sino ad ora ci si è riferiti, “bypassando” il Great American Songbook e relativi standard jazz, mi sono venuti in mente pochissimi nomi di jazzisti le cui composizioni sono divenute di dominio comune. Uno, storico, è stato certamente Django Reinhardt, che però, a parte Nuages e poco altro, non mi pare possa essere ritenuto un compositore con un book adeguato di standard. Certo, poi si possono individuare qua e là dei buoni compositori, specie nel jazz inglese, tipo John Taylor, che ha composto qualche bel tema e in parte anche i nostri Pieranunzi (Echi) e Rava, pur con  tutti i limiti di strumentista di quest’ultimo, sono compositori interessanti, ma di rado le loro composizioni sono utilizzate anche da altri musicisti europei.

Se ci pensiamo però bene, un book di composizioni comune europeo (e non solo europeo) esiste già, ma non proviene dal jazz, bensì dalla canzone popolare e dal rock, specie quello inglese. I Beatles, ad esempio, hanno fornito un book di composizioni, o la canzone popolare francese (Et Maintenant) o quella italiana (Estate), in un certo senso riproponendo però il modello della canzone americana.

Sarebbe interessante farci una seria riflessione sul tema, sentendo anche altri pareri.

Tornando invece alla gran musica e agli standard, e ribadendo che nel jazz la discussione sul genere di materiale utilizzato per improvvisare è, per personale opinione, un falso problema, tutti sanno come Sonny Rollins sia stato un maestro della loro riscrittura in chiave jazz, sul piano armonico ma soprattutto direi su quello ritmico.

Ne è un magistrale esempio questa lunga versione del porteriano I‘ve Got You Under My Skin che è un capolavoro assoluto del jazz e dell’arte dell’improvvisazione, in cui viene raggiunto il top forse proprio nella coda finale, partendo da 8:05 del filmato proposto.

Temo che dischi come questo, fatti solo di standard, con buona pace di certuni, non romperanno mai i “cosiddetti” e se lo faranno, sarà semplicemente il sintomo per chi lo pensa seriamente, di aver sbagliato genere o mestiere.

Sonny_Rollins-A_Night_at_the_Village_Vanguard_(album_cover)I‘ve Got You Under My Skin

 

Tornando a casa con Benny Goodman e Charlie Christian

Una delle cose che tollero poco dell’approccio al jazz che riscontro da tempo in questo bizzarro paese è l’aspetto “modaiolo” col quale si cerca sempre la novità, l’ultimo grido tra gli improvvisatori, e ci si attiene quasi esclusivamente alla stretta attualità. Tutto ciò che è stato fatto ieri o l’altro ieri è già passato e sorpassato, non più degno di attenzione e a malapena ritenuto un puro fatto di conoscenza storica. Un atteggiamento che è caratteristico più della musica di consumo e che non riesco a comprendere come possa essere applicato ad una musica con una tradizione ormai secolare, protagonista del XX Secolo e così ricca di grande musica e di grandi artisti. Peraltro è evidente che non si potrebbe nemmeno comprendere seriamente la contemporaneità musicale senza una adeguata conoscenza del passato e delle sue radici, ma tant’è.

Se c’è un genio del jazz di cui ci si è in pratica da tempo vergognosamente dimenticati questi è Benny Goodman, uno dei più grandi e significativi musicisti bianchi che il jazz abbia mai prodotto. Goodman, eccezionale clarinettista e big band leader, musicista di grande e completa conoscenza musicale, nacque a Chicago da poveri immigrati ebrei provenienti dalla Russia, venendo indirizzato dal padre allo studio della musica, ma non sto qui a riassumervi la sua biografia, che potrete trovare da altre parti dettagliatamente in rete. Osservo soltanto che una delle possibili cause dell’attuale oblio in cui è caduto dipenda dal fatto che il suo nome sia stato legato a quella stagione della “Swing Era” che in Italia è stata narrata come se si fosse trattato solo di una enorme pista da ballo e quindi più un fenomeno sociale-commerciale che musicale. Il che è una evidente superficiale semplificazione, poiché Goodman, con i suoi Small Combos (trii, quartetti e sestetti) tra la fine degli anni ’30 e l’inizio dei ’40, ha gettato le basi  e creato i presupposti dello sviluppo del jazz moderno per piccole formazioni, emerso poi in grande stile nell’immediato dopoguerra. In particolare, mi riferisco al suo strepitoso sestetto comprendente il chitarrista Charlie Christian, il capostipite della chitarra jazz moderna, un genio che in quel paio d’anni che la sua breve vita gli ha concesso di vivere ha rivoluzionato la storia dello strumento e indirizzato verso nuovi criteri di improvvisazione, validi anche per altri strumenti.

Ne è un esempio questo celebre Flying Home, che sto per proporvi eseguito dal vivo, nel quale Benny Goodman lo presenta al pubblico come una “new discovery” con una certa circospezione (la presenza di musicisti neri nei gruppi dei bianchi era ancora un bel problema all’epoca) e nel quale Christian esegue una improvvisazione superlativa che ai tempi doveva suonare davvero innovativa e sembra voler dire: “così adesso si improvvisa”. Si noti in particolare la lunga frase melodica eseguita tra 1:54 e 2:07 sul bridge del brano, una modalità di improvvisazione sullo scorrere degli accordi, che verrà applicata metodicamente dai successivi boppers. Il gruppo,  davvero affiatato, comprendeva anche la stella di Lionel Hampton al vibrafono.

Buon ascolto.

Il Jazz e le sigle radiotelevisive

 

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Il jazz, specie quello per big band, è stato spesso utilizzato come sigla di diversi programmi radio e tv nazionali ed internazionali, molto più nel passato che oggigiorno, forse perché le big band attualmente scarseggiano, o semplicemente perché il jazz non ha più la stessa presa pubblica di un tempo, non saprei bene. In ogni caso, sono andato un po’ a memoria e ho rintracciato in rete questi brani che sto per proporvi come sigle radiotelevisive. Se qualcuno ha in mente qualche altra indicazione da aggiungere, sarà benaccetta.

Intermission Riff  – Stan Kenton, sigla di Tv 7

The Birth of a Band – Quincy Jones, sigla della trasmissione radiofonica Lo Sport (se ricordo bene…)

Winning The West – Buddy Rich, sigla de La domenica sportiva edizione 1973-74

Soul Bossa Nova  – Quincy Jones, sigla internazionale (Austin Powers), non solo per la tv italiana

Take The A TrainDuke Ellington sigla di Anicaflash

Nunzio Rotondo – sigla dello sceneggiato tv anni ’60 Nero Wolf

Taste of Honey – Herb Alpert & The Tijuana Brass, sigla di Tutto il calcio Minuto per Minuto

Jazz CarnivalAzimuth sigla di Mixer

Hard To Keep My Mind On YouWoody Herman sigla di AZ, un fatto come e perché

Country– Keith Jarrett, sigla Radio Rai

L’arte polivalente di Duke Pearson

Columbus Calvin “DukePearson Jr (Atlanta, 17 agosto 1932 – Atlanta, 4 agosto 1980) è stato un ottimo pianista affermatosi nel periodo hard-bop militando in particolare nei gruppi di Donald Byrd negli anni ’60 e registrando per Blue Note, dopo essere stato ingaggiato per qualche mese nel Jazztet di Art Farmer e Benny Golson. Per la prestigiosa etichetta jazz, Pearson registrò anche diversi dischi da leader, affermandosi in breve tempo nel ruolo di direttore musicale, producendo dischi di Donald Byrd, Hank Mobley, Stanley Turrentine, Blue Mitchell e Lou Donaldson, tra gli altri. Riuscì anche a guidare una propria strepitosa big band dal 1967 al 1972, praticando una passione per le formazioni allargate coltivata sin dai suoi inizi, mettendo direttamente in campo anche le sue notevoli doti da  arrangiatore, peraltro già evidenziate in progetti di altri leader. La formazione utilizzava alcuni elementi della coeva Thad Jones/Mel Lewis Orchestra e aveva perciò tra le sue fila jazzisti di grande talento come Randy Bracker, Garnett Brown, Lew Tabackin, Pepper Adams, Frank Foster, Jerry Dodgion, Julian Priester, Bob Cranshaw, Mickey Roker. Pearson sviluppò anche un certo feeling tra jazz e musica brasiliana, come nell’album How Insensitive che contiene tra l’altro la celebre composizione Cristo Redentor, ispirandosi alla mastodontica statua che troneggia sul Corcovado.

Dallo stile pianistico sofisticato e discreto, prossimo alla scuola di Hank Jones, fu anche l’accompagnatore di cantanti come Nancy Wilson, Carmen McRae e Joe Williams, ma forse è noto più per le sue doti di compositore, poiché alcuni suoi temi sono divenuti degli standard, come Jeannine, You Know I CareBedouin.

Ammalatosi gravemente, la sclerosi prese il sopravvento sull’organismo di Pearson che si arrese al male morendo prematuramente al Veteran Hospital di Atlanta il 4 agosto 1980.

Per questo inizio di Agosto, propongo un  suo splendido arrangiamento di una nota composizione di Chick Corea presente nella edizione in CD di Introducing Duke Pearson’s Big Band, che è un disco caldamente consigliato a tutti gli amanti del sound delle big band.

downloadTones For Joan’s Bones