Mostly Other People Do The Killing: Blue (2014)

R-6658526-1434839635-2714.jpegEcco un disco che sembra fatto apposta per innescare discussioni, se non delle vere e proprie polemiche, tra gli appassionati. Ho avuto modo di ascoltarlo solo recentemente, ma è un disco già inciso due anni fa ed era già il settimo prodotto in studio da un quartetto (con la necessaria aggiunta nell’occasione di Ron Stabinsky al piano) di giovani jazzisti internazionalmente già affermati e noti ai più, come in particolare il trombettista Peter Evans e il sassofonista Jon Irabagon, sotto l’eccentrica sigla Mostly Other People Do The Killing (MOPDTK).

Il motivo del contendere è concentrato nel fatto che Blue è una riproduzione fedele, nota per nota, battuta dopo battuta, del capolavoro di Miles Davis Kind of Blue, probabilmente il più famoso album di jazz di tutti i tempi. Non si tratta cioè di una rilettura sotto nuova luce (come quella, ad esempio, operata da Conrad Herwig, che dette una interessante e originale versione latin del noto capolavoro), o di un tributo e nemmeno di un semplice album di cover, come ci si potrebbe aspettare. I musicisti hanno trascritto le parti e gli assoli rieseguendo le note persino con le stesse inflessioni prodotte dai grandi musicisti coinvolti negli originali.

Il jazz trattato come partitura classica (e in effetti Kind of Blue potrebbe tranquillamente essere considerata “musica classica americana”), ma forse non si tratta nemmeno di quello, perché non c’è interpretazione, ma proprio esclusiva ripetizione. Si potrebbe quindi frettolosamente concludere con uno sbrigativo commento stroncante, circa uno sterile esercizio tecnico di bella copia, per quanto stupefacente per la perfezione esecutiva, più da esibire in privato che da pubblicare, poiché la domanda che in modo spontaneo ma anche un po’ scontato verrebbe da porsi è: “Perché mai sentire questo, quando c’è già disponibile l’originale?“. La risposta sarebbe altrettanto scontata. Viceversa, una domanda un po’ più profonda da farsi sarebbe: “Cosa ha spinto musicisti e jazzisti così preparati e conoscitori della materia jazzistica a produrre una operazione del genere, così totalmente priva di parte creativa?“. Sembrerebbe perciò più una provocazione. La band dimostra ancora una volta (se ce ne fosse stato bisogno) che nessuna copia può duplicare lo spirito libero del jazz e l’interplay tra i musicisti che interagiscono in studio o su un palco. Tuttavia, si potrebbero fare anche altre considerazioni. Innanzitutto che il Jazz, dopo ormai più di un secolo di vita, possiede un repertorio consolidato, con buona pace dei “progressisti” ed “evoluzionisti” a prescindere e ad ogni costo e non si capisce perché un giovane jazzista odierno non possa e non debba serenamente accedervi senza beccarsi l’appellativo di  “reazionario” o “conservatore”, come si è reiteratamente fatto e ancora si fa, ad esempio, con Wynton Marsalis, messo letteralmente all’indice da improvvisati “papi” nazionali del jazz per il suo atteggiamento conservativo (più che conservatore) verso la cultura musicale di appartenenza, ma rispettatissimo anche da diversi musicisti di cosiddetta “avanguardia”.

MOPDTK è poi una delle band più bohémien e non ortodosse presenti sulla scena musicale odierna e le relative competenze tecniche, come qui evidenziato (e pure nei dischi precedenti), sono eccelse. Certamente c’è una componente di divertimento e di messa alla prova personale, ma, in un certo senso i musicisti paiono essersi volutamente immolati alla causa della grande musica che hanno voluto così celebrare, annullando in un certo senso il loro ego.

Non è chiaro per chi fosse destinato questo disco, ad eccezione di amici e parenti. Forse potrà essere utilizzato in futuro come blindfold test, ma il semplice fatto che questi talenti siano stati in grado di tirar fuori questo ha dell’incredibile. In particolare è stupefacente la prestazione di Jon Irabagon, che riesce a passare dal tenore al contralto, dallo stile scalare di Coltrane a quello più bluesy e funky di Cannonball Adderley con assoluta perfezione esecutiva, rispettandone ruoli e gli originali intenti espressivi di ciascuno; ma anche gli altri componenti della sezione ritmica, il pianista Ron Stabinsky, il bassista Matthew “Moppa” Elliott e il batterista  Kevin Shea non scherzano. Io non ho certezze sul perché abbiano fatto questo, ammesso che debba esserci un perché, ma posso assicurare che se si ascolta il disco senza pregiudizi, difficilmente si riuscirà a trattenere una esclamazione di ammirazione e a non provare una certa soggezione per la accurata prestazione e il potenziale mostrato da questi preparatissimi musicisti.

Riccardo Facchi

 

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