A proposito dei Festival e di Bergamo Jazz…

 

logo-bergamo-jazz-56d6b21f485d9La situazione dei cosiddetti “festival del jazz” in Italia, si sa, da tempo non gode di buona salute, per svariate ragioni difficili qui da riassumere tutte insieme e spesso collegate fra loro. Di fatto stanno sparendo, sia per ragioni di carenza di fondi e/o relativa discutibile loro gestione, sia per il diradarsi di un pubblico di appassionati che invecchia e che stenta a rinnovarsi con nuove leve di appassionati, sia per il progressivo scadimento qualitativo nella formazione di cartelloni che, nel disperato tentativo di attrarre più pubblico, alimentano ambiguità di genere, proponendo musiche e progetti pasticciati con l’alibi di supposte “contaminazioni” che col jazz hanno poco o nulla a che fare. Anche le modalità di informazione e divulgazione della materia jazzistica in questo paese sarebbero da discutere e gli operatori del settore non paiono immuni da responsabilità in tutto questo, cosa che richiederebbe un serio processo di autocritica, scarsamente però preso in considerazione. Risultato: sono sempre più rari i contesti, anche di grande tradizione, che riescono a giustificare la propria esistenza e/o a preservare un accettabile livello qualitativo della proposta musicale e culturale più in generale.

Uno di questi contesti nazionali che ancora è rimasto in grado di mantenere un buon livello della proposta (ma ancora molto migliorabile) è certamente “Bergamo Jazz”. Un festival di grande tradizione storica (se non erro, la prima edizione è datata 1969) che, a parte una breve interruzione negli anni ’80, ha una durata ormai pluridecennale, un evento che ogni anno riesce a coinvolgere buona parte della cittadinanza e un uditorio extra provinciale, ormai affezionato e ben consolidato.

Di recente, il giornale principale della città (che è anche la mia), ha pubblicato un approfondimento sui risultati e le statistiche di presenze avute nell’ultimo quinquennio del festival, dichiarandone il sostanziale successo. Alcuni musicisti locali si sono tuttavia pubblicamente lamentati del fatto che meriti e relativi onori venissero per lo più attribuiti alla bontà della programmazione dei direttori artistici, che negli ultimi anni sono stati musicisti di fama come, nell’ordine: Uri Caine, Paolo Fresu, Enrico Rava e, dall’ultima edizione, Dave Douglas, senza tener adeguatamente conto, a loro dire, delle realtà locali e del loro livello qualitativo, ritenuto (in modo deliziosamente autoreferenziale come è ormai di prassi in questo paese), paragonabile a quello internazionale, non si sa bene su quali basi e quali dati. In buona sostanza, traduco io, si solleciterebbe a dare più spazio ai musicisti locali anche nelle serate clou del festival nelle principali e prestigiose sedi del Teatro Donizetti in Città Bassa e al Teatro Sociale in Città Alta e non solo nelle manifestazioni collaterali.

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Vista di Città Alta da Città Bassa (Porta Nuova)

Ora, è comprensibile che le parti in causa dicano la loro e portino avanti le loro istanze, tuttavia è altrettanto sacrosanto che altre parti, come ad esempio il pubblico degli appassionati, o semplicemente i cittadini che versano le tasse e a cui è rivolto il servizio culturale, dicano la loro, il cui ruolo, è bene ricordarlo, è primario e ineludibile. In qualità sia di appassionato che di cittadino, ritengo perciò sia altrettanto giusto che, come per altri, mi possa pronunciare in merito.

Al di là del sorgere dell’ennesima difesa di categoria tutta italiana cui si assiste da tempo anche in ambito jazzistico (per quanto legittima, ma in un ambiente in cui poi impera uno spiccato e persino barbaro individualismo), l’impressione, anche da osservatore pluridecennale dell’ambiente intorno al jazz locale e nazionale, pare di tutt’altro genere, poiché da troppo tempo si osserva un tentativo d’ingerenza dei musicisti (o, per meglio dire, dei relativi manager) sulla formazione dei cartelloni sempre più ingombrante, davvero intollerabile. Senza contare di chi si è creato pure una capillare ragnatela di “amicizie” e conoscenze (ambito dell’informazione e politico ovviamente compresi) messa abilmente ma poco correttamente in campo. Pare che i festival siano ormai un fatto di proprietà privata degli operatori in gioco e non un servizio culturale alle cittadinanze, come deve essere. Perlomeno ciò dovrebbe valere per manifestazioni a finanziamento pubblico, senza discussioni, ma è ben noto che siamo in un paese in cui è diventato “normale” ciò che per altri è “anormale”. In questo senso, ritengo che anche la scelta di un musicista come direttore artistico sia, in linea di principio, discutibile sul piano di un possibile implicito conflitto d’interessi. Più volte gli stessi musicisti hanno accusato di “scambismo” altri colleghi utilizzati come direttori artistici e quindi non è certo idea priva di fondamento. In generale, non discuto le competenze e l’onestà del singolo, ovviamente, ma ritengo che la cosa migliore sarebbe che ciascuno rispettasse i limiti del proprio ruolo e dimostrasse di saper far bene il proprio mestiere (e nel caso del musicista non è cosa poi di poco conto), stando al proprio posto ed evitando di by-passare quello altrui. In ogni caso, si possono trovare ancora direttori artistici competenti e di vasta esperienza nel complicato ruolo che potrebbero gestire al meglio e indipendentemente dalle parti in causa un cartellone di un festival. Basta volerli cercare e prendere in considerazione. A tal proposito e per inciso, è stato citato ad esempio il cartellone stilato dal direttore artistico della recente edizione del Festival di Torino, ma, guarda caso, proprio quest’anno lo stesso ha ricevuto diverse voci critiche circa la carenza di respiro internazionale, in relazione al budget disponibile, e si è avuto modo di leggere a suo tempo un articolo di resoconto complessivo fortemente critico su La Stampa, l’autorevole giornale della città torinese.

Formaggio_Branzi_02

Ricordo che il Festival di Bergamo, nello specifico, è sempre stato a carattere internazionale, non nazionale e men che meno locale, a meno che si voglia ridurre la manifestazione ad una delle tante proposte provinciali e alla degustazione di “prodotti locali”. Mica stiamo parlando di calcio e dell’Atalanta che vorrebbe “andare in Europa”, o del formaggio Branzi e della polenta taragna. Il Jazz è fenomeno internazionale e a mio sapere coinvolge, anche solo sulla scena americana, una moltitudine di musicisti di primissimo livello che si gradirebbe vedere sui palchi dei nostri teatri, molti dei quali sciaguratamente nemmeno noti o proposti. Un livello medio difficilmente raggiungibile dai musicisti locali e pure per buona parte di quelli nazionali. Lo sanno in cuor loro gli stessi musicisti. Peraltro, mi risulta che già in passato si sono esibiti al Donizetti gruppi composti da musicisti locali (nemmeno i migliori possibili, se è por questo) e certo chi dirige un festival deve pensare di migliorare la capacità attrattiva anche a carattere turistico-internazionale oltre che a mantenere alto il riscontro di pubblico e relativi incassi al botteghino, fine non facilmente ottenibile con certe proposte localistiche dagli esiti assai dubbi e che comunque si possono sentire in abbondanza già tutto l’anno in città e provincia.

Mi domando chi si vuole convincere con amenità per sprovveduti in materia prive di un qualsiasi fondamento. Tutti gli appassionati degni di questo nome sanno qual è la situazione della scena jazz attuale, molto competitiva e affollata da numerosi talenti da far esibire e certa rozza disinformazione, da tempo pure improvvidamente supportata dai media nazionali circa un fantasioso “jazz inventato dagli italiani”, o su improbabili classifiche del “made in Italy” jazzistico da posizionarsi “secondo al mondo”(?) e analoghe allegre facezie degne della più grossolana e misera propaganda dei nostri attuali politici, letteralmente non si può più sentire.

Volendo anche accettare, in pieno spirito olimpico, tale implicita assegnazione delle virtuali medaglie d’oro e d’argento del jazz, pare comunque assai improbabile attribuire quella di bronzo all’attuale jazz bergamasco, medaglia alla quale forse nemmeno credono certi petulanti e provinciali personaggi in preda a incontrollati attacchi di narcisismo.

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