Tornando a casa con Benny Goodman e Charlie Christian

Una delle cose che tollero poco dell’approccio al jazz che riscontro da tempo in questo bizzarro paese è l’aspetto “modaiolo” col quale si cerca sempre la novità, l’ultimo grido tra gli improvvisatori, e ci si attiene quasi esclusivamente alla stretta attualità. Tutto ciò che è stato fatto ieri o l’altro ieri è già passato e sorpassato, non più degno di attenzione e a malapena ritenuto un puro fatto di conoscenza storica. Un atteggiamento che è caratteristico più della musica di consumo e che non riesco a comprendere come possa essere applicato ad una musica con una tradizione ormai secolare, protagonista del XX Secolo e così ricca di grande musica e di grandi artisti. Peraltro è evidente che non si potrebbe nemmeno comprendere seriamente la contemporaneità musicale senza una adeguata conoscenza del passato e delle sue radici, ma tant’è.

Se c’è un genio del jazz di cui ci si è in pratica da tempo vergognosamente dimenticati questi è Benny Goodman, uno dei più grandi e significativi musicisti bianchi che il jazz abbia mai prodotto. Goodman, eccezionale clarinettista e big band leader, musicista di grande e completa conoscenza musicale, nacque a Chicago da poveri immigrati ebrei provenienti dalla Russia, venendo indirizzato dal padre allo studio della musica, ma non sto qui a riassumervi la sua biografia, che potrete trovare da altre parti dettagliatamente in rete. Osservo soltanto che una delle possibili cause dell’attuale oblio in cui è caduto dipenda dal fatto che il suo nome sia stato legato a quella stagione della “Swing Era” che in Italia è stata narrata come se si fosse trattato solo di una enorme pista da ballo e quindi più un fenomeno sociale-commerciale che musicale. Il che è una evidente superficiale semplificazione, poiché Goodman, con i suoi Small Combos (trii, quartetti e sestetti) tra la fine degli anni ’30 e l’inizio dei ’40, ha gettato le basi  e creato i presupposti dello sviluppo del jazz moderno per piccole formazioni, emerso poi in grande stile nell’immediato dopoguerra. In particolare, mi riferisco al suo strepitoso sestetto comprendente il chitarrista Charlie Christian, il capostipite della chitarra jazz moderna, un genio che in quel paio d’anni che la sua breve vita gli ha concesso di vivere ha rivoluzionato la storia dello strumento e indirizzato verso nuovi criteri di improvvisazione, validi anche per altri strumenti.

Ne è un esempio questo celebre Flying Home, che sto per proporvi eseguito dal vivo, nel quale Benny Goodman lo presenta al pubblico come una “new discovery” con una certa circospezione (la presenza di musicisti neri nei gruppi dei bianchi era ancora un bel problema all’epoca) e nel quale Christian esegue una improvvisazione superlativa che ai tempi doveva suonare davvero innovativa e sembra voler dire: “così adesso si improvvisa”. Si noti in particolare la lunga frase melodica eseguita tra 1:54 e 2:07 sul bridge del brano, una modalità di improvvisazione sullo scorrere degli accordi, che verrà applicata metodicamente dai successivi boppers. Il gruppo,  davvero affiatato, comprendeva anche la stella di Lionel Hampton al vibrafono.

Buon ascolto.

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