Se suonano…

Ci sono musicisti geniali che, a parte rare eccezioni, da noi non hanno mai goduto della adeguata e meritata considerazione che gli era dovuta, probabilmente perché non hanno mai amato presentarsi con quell’aria da serioso intellettuale prossimo ai modelli europei che tanto è gradita a gran parte della nostra critica. Come se il jazz e i relativi musicisti che lo hanno prodotto e ancora lo producono dovessero in qualche modo conformarsi obbligatoriamente ai nostri usuali canoni estetici e comportamentali per essere presi sul serio. E questa non è la mia “solita” polemica, è proprio una constatazione di fatto e potrei fare diversi esempi, o citare diversi casi, che conforterebbero una tale osservazione.
Ne faccio giusto solo un paio. Il musicista che si muove, si dimena o canticchia quando suona infastidisce assai il cultore dell’arte musicale suprema, del musicista sulla nuvoletta dedito alla approvazione di sedicenti élite esclusive, dimenticandosi che il jazz nasce da una cultura popolare, collettiva più che individuale, che ha fatto sempre del ritmo, del ballo e del movimento corporale in generale, la sua essenza. E tra due geni del jazz moderno come Charlie Parker e Dizzy Gillespie, state certi che l’etichetta di intellettuale se la becca quasi sempre più il primo del secondo, che pure in nulla era meno intellettuale del primo, e in egual misura ha contribuito alle molte innovazioni presenti nel jazz moderno. Ma si sa, quell’aria  ridanciana e un po’ da gigione di “Birks”, quella capacità di essere un musicista serio ma che sa anche non prendersi troppo sul serio, quella capacità di “divertire” (oddio che orrenda parola, non degna dell’arte “seria”) e di intrattenere sul palco, non si confà ad un vero e rispettabile intellettuale della musica. Insomma, quella è roba da “negri”, o al più si tratta delle solite “americanate”. La vera arte in musica e nel jazz solo noi europei la conosciamo veramente e solo noi possiamo farne di meglio.
Clark Terry e Bob Brookmeyer che intorno alla metà degli anni ’60 formarono un brillante quintetto che produsse alcune notevoli incisioni, rappresentano in qualche modo l’epitome di un tal genere di discorso. Entrambi sono stati l’antitesi della pretenziosità. Entrambi non hanno mai considerato il jazz in modo “serio” senza poter essere anche divertente. Ed entrambi sono stati sempre molto se stessi, ma sono stati due geniali e preparatissimi musicisti. Ognuno di loro ha evitato di essere compresso in una qualsiasi delle abusate categorizzazioni presenti nel jazz, poiché i due sono stati al di là delle categorie, non tanto sfidandole, ma proprio ignorandole, suonando in quasi tutti i contesti musicali possibili per un jazzista.
Un esempio della loro bravura di improvvisatori e della grande capacità comune di “swingare” e di divertire producendo grande musica, lo si può apprezzare in questo video che propone l’ennesima, inflazionata versione di Straight No Chaser, uno dei temi apparentemente più facili e battuti di Thelonious Monk. Personalmente lo trovo oggi uno dei temi che fatico di più a riascoltare da chiunque, ma questa versione è così ben suonata e così fresca e scattante che davvero merita di essere considerata. Provare per credere.
Buon ascolto.
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