Muscolare un par de palle…

” Per la personalità di Freddie Hubbard valeva la definizione inglese di larger than life, l’unica forse in grado di accogliere interamente il debordante talento drammatico, il caloroso senso lirico, l’eccitante e teatrale showmanship, l’ego straripante, l’affascinante retorica declamatoria, la gioiosa esuberanza e le manifestazioni di un virtuosismo pressoché fallico nel suo baldanzoso esibizionismo di uno fra i massimi solisti nella storia del jazz.

Pure, Hubbard può ancora dirsi un sottovalutato, nonostante il suo contributo alla storia del post-bop rappresenti un lascito impareggiabile: l’esibizione orgogliosa, persino sfrontata, dei propri mezzi ha spesso oscurato un pensiero musicale non meno sofisticato di artisti a lui preferiti per complessità e vision, come Lee Morgan, Booker Little, Kenny Dorham o, successivamente, Woody Shaw. Hubbard è stato l’epitome dell’hard bop (per quanto egli rifiutasse l’etichetta: They always want to sell me as a hard bopper) più “virile” e diretto, sebbene, in realtà, la sua opera, così personale e caratterizzante, abbia sempre mostrato di voler andare verso una diversa, se non più ampia, direzione: il bop ortodosso sembrava costringerlo in un contesto in fondo disagevole, in qualche modo ristretto.

Nell’arte di Hubbard (forse l’unico trombettista a possedere tutta la liquida qualità di un sassofonista) trionfava, trascinantemente esuberante, una fenomenale naturalezza ed una non meno impressionante immediatezza nel tradurre in strutture musicali un pensiero fortemente radicato nel Canone africano-americano: il trombettista ha nutrito l’idea, forse l’illusione (viste le critiche spesso ingenerose e miopi che hanno accompagnato molti fra i suoi principali lavori discografici a partire dagli anni Settanta), di tradurre nella concretezza dei suoni quel concetto di Jazz objectifies America cui spesso si riferisce Wynton Marsalis.

Così come l’articolarsi iniziale del jazz ha saputo superare la segregazione, la forzata incomunicabilità fra culture, Hubbard –artista dalla sensibilità politica acuta quanto poco nota (almeno -come vedremo- fino alla realizzazione di Sing Me a Song of Songmy)- ha cercato di superare i molti ghetti, per quanto estremamente creativi, in cui veniva rinchiusa la tradizione musicale africana-americana: cresciuto in un’epoca in cui le speranze cedevano velocemente il passo alle delusioni più cocenti, maturato in un contesto in cui la tradizione musicale africana-americana cercava di bilanciare l’attrazione intellettuale della modernità con il richiamo popolare dei talkative ancestors (Farah Jasmine Griffin), Hubbard ci illustra, per quanto a suo modo, un’altra pagina della nutrita narrativa che documenta lo scontro fra creatività africana-americana ed establishment: l’emergere ulteriore, insomma, di un individuo che, attraverso l’arte, trasforma l’avversità in perfezione estetica.

Per dirla con Albert Murray, nel suo modo flamboyant, Hubbard sottolinea il carattere inescapably mulatto della cultura americana, una tendenza che permea pressoché tutta la parte più significativa delle sue realizzazioni musicali, per la Blue Note come per la CTI. Hubbard mostra sin dagli esordi di voler essere “popolare”, di volersi emergere a simbolo di una negritude prorompente, capace di esplorare la complessità e di rendersi al contempo “appetibile” (e invidiabile)  sia al pubblico bianco che, soprattutto, agli africani-americani di tutti i ceti.

Che Hubbard, d’altronde, non fosse semplicemente un eccellente interprete della tradizione, ma un artista capace di allinearsi a linguaggi fortemente esplorativi ed innovativi all’interno della tradizione stessa, è provato dalla sua partecipazione ad alcuni indiscutibili capolavori della musica improvvisata: AscensionFree JazzOut to Lunch!Maiden Voyage e The Blues and The Abstract Truth. Ipotizzare che il suo penchant per un’estetica più “dialogante”, venata di molteplici elementi tratti dalla tradizione africana-americana più popolare, così come esplicata dalla sua produzione per case discografiche come Atlantic, CTI e Columbia, sia stata solo una tappa maldestra di un percorso  brutalmente commerciale, è travisare l’operato di un artista senza dubbio spesso in bilico tra auto-coscienza e naiveté, ma non così facilmente e deprecabilmente categorizzabile.

Può apparire curioso che un artista così smaccatamente muscolare in apparenza si sia iniziato all’improvvisazione ascoltando i dischi del quartetto di Gerry Mulligan e Chet Baker: It was the first jazz I understood… I used to send for his books -the ones with Mulligan (Ira Gitler). In realtà, soprattutto nelle ballad, Hubbard ha per tutta la carriera dimostrato una sensibilità a dir poco squisita, cui non sono stati certamente estranei  modelli eterodossi, nonché un apprendistato basato anche sullo studio del mellophone e del corno francese (…)” – tratto da L’Angelo Nero, di Gianni Morelenbaum Gualberto.

 

fhubbard_bluespirits_cBlue Spirits

 

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3 thoughts on “Muscolare un par de palle…

    1. “muscolare” è un aggettivo oggi molto abusato in senso dispregiativo per indicare solitamente uno strumentista virtuoso ma abbastanza inespressivo. L’estratto del saggio che ho deciso di utilizzare mira a evidenziare come l’uso di tale aggettivo, molto frequente per Hubbard anche in passato, sia stato come minimo ingeneroso e pesantemente riduttivo.

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