Il sassofonismo “robusto” di Jimmy Forrest

Oggi parliamo di un sassofonista non troppo conosciuto ma secondo la mia opinione bravissimo. James Robert Jr. Forrest, detto Jimmy (Saint Louis, 24 gennaio 1920 – Grand Rapids, 26 agosto 1980), è stato un tenorsassofonista di tutto rispetto, dal suono forte e corposo e dotato di grande swing, tra l’altro molto apprezzato da Miles Davis. Diciamo che il suo stile potrebbe rientrare in quel ricco filone di sassofonisti neri tra mainstream e be-bop  con una forte propensione verso il blues e il rhythm & blues che, partendo dai maestri degli anni ’40, Illinois Jacquet, Eddie “Lockjaw” Davis, Gene Ammons e Arnette Cobb (detti anche “honkers”) passando per i sassofonisti soul-funky anni ’60 sul genere di King Curtis e Stanley Turrentine, arrivano ai più recenti James Carter e Joshua Redman, tra gli altri.

Si tratta di un genere di sassofonismo che dopo il periodo del coltranismo e del post coltranismo sembrava quasi dimenticato. Invece oggi direi che vi è una recupero abbastanza importante di quel genere di modelli tra le più recenti leve sassofonistiche afro-americane. Il che fa capire come realmente il jazz continui ad avere quella capacità di guardare avanti sapendo continuamente rileggere nella propria tradizione, modo di procedere che ha fatto spesso parlare abbastanza a sproposito di conservatorismo e reazionarietà musicale una parte non trascurabile della critica. Per non parlare dell’abuso del termine “muscolare” affibbiato ogni volta a sassofonisti o trombettisti che evidenziano un timbro corposo e una tecnica strumentale sviluppata. Personalmente comincio ad averne abbastanza di quella sorta di jazz elegiaco, ritmicamente spento, dai timbri tenui e anodini, così poco “muscolari” da sembrare di aver bisogno di una urgente “cura ricostituente” da tanto è diventato soporifero e lagnoso. Il Jazz si è sempre caratterizzato come una musica nella quale l’aspetto della forza ritmica e dell’intensità espressiva ha avuto un ruolo di primo piano, perlomeno così è sempre stato in ambito afro-americano. Se ciò non piace, si farebbe allora prima a confessare  che non si apprezza l’approccio afro-americano al jazz e la relativa cultura ritmica, ma ciò significherebbe escludere dai propri ascolti la maggior parte dei capolavori prodotti dagli inizi ad oggi.

Tornando a Jimmy Forrest, si scopre nella sua biografia di essere stato figlio di una pianista di gospel, compiendo i primi passi in campo professionale in orchestre locali nei dintorni di St. Louis. In seguito, precisamente dal 1940 al 1942 entrò nell’orchestra di Jay McShann (nel cui ensemble di quel periodo militava Charlie Parker), Andy Kirk (dal 1943 al 1947) e Duke Ellington (dal 1949 al 1950). Negli anni Cinquanta rientrò a St. Louis dove diresse propri gruppi per poi essere ingaggiato nel quintetto del trombettista Harry “Sweets” Edison e nell’orchestra di Count Basie (1973-1978).

Tra i suoi successi si segnala il celebre Night Train (per un paio di mesi numero uno delle classifiche di Rhythm and Blues del 1952), brano che aprì al tempo una sorta di contenzioso proprio con Duke Ellington per l’utilizzo dello stesso riff di Night Train nel suo Happy-Go-Lucky -Local, ultima parte della Deep South Suite, peraltro incisa qualche anno prima. Forrest incise come leader, circa una dozzina di album, alcuni dei quali davvero pregevoli per la Prestige.

Inauguro la settimana con un brano dinamico e swingante, tratto da un Delmark del 1959 che vedeva tra le fila anche musicisti straordinari come il giovanissmo Grant Green alla chitarra, il sempre esemplare Harold Mabern al piano e un impeccabile Elvin Jones alla batteria, nella consueta veste di inconfondibile macchina ritmica.

Buon ascolto

413r2bxiOKLAll The Gin Is Gone

 

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