L’arte di saper improvvisare

Contrariamente  a quel che normalmente si pensa, è più difficile mostrare le proprie doti di improvvisatore su temi strutturalmente semplici che su quelli più complessi. Parlando a livello personale, posso dire che nel mio passato di mediocre sassofonista ho sempre trovato più difficile esprimere un assolo che durasse più di un paio di chorus su un brano semplice, come un blues, con un minimo di fantasia e logica costruttiva, che su un brano più complesso e già perfettamente costruito di suo, come, che so,  Infant Eyes di Wayne Shorter e perciò aiutato dalla articolata compiutezza della composizione stessa, potendo in qualche modo “appoggiarsi” alla bellezza della melodia su cui improvvisare.

Il jazz oggi pare andare  sempre più di frequente verso l’esplorazione della complessità formale e strutturale e ciò è più che comprensibile dopo quasi un secolo dalla sua nascita, anche se personalmente rilevo una certa perdita di alcune peculiarità emotive ed espressive che non sempre vengono compensate dalle intenzioni innovative sul piano della costruzione compositiva. Tuttavia, rilevo che la complessità strutturale,  intesa come criterio di valutazione musicale assoluto, è stata spesso sopravvalutata e persino fraintesa in ambito jazzistico, poiché essa assume un ruolo precipuo certamente in ambito di musica scritta, o di composizione scritta, molto meno quando si ha a che fare con musica improvvisata (la cosiddetta “composizione istantanea”). In tutti i casi non sarebbe comunque possibile generalizzare un criterio di valutazione assoluto, come invece mi par di intendere da certi sempre più frequenti scritti. Ciò probabilmente accade perché in ambito di improvvisazione jazzistica valgono in modo pressoché paritario anche diversi elementi espressivi e ritmici che non sono legati esclusivamente agli aspetti formali strettamente musicali, per quanto comunque sempre decisivi e perfettamente rilevabili in una improvvisazione, dove semmai l’attenzione andrebbe spostata sulla capacità di costruzione, quasi architettonica, e di lavorare il materiale tematico, da parte del solista. Il che richiede una cultura musicale di base ed una preparazione tecnica strumentale del solista stesso non comune e molto approfondita.

Un esempio ce lo fornisce Chris Potter in questa sua versione “didattica” (si fa per dire…) di Tune Up, che ho trovato in rete prima in forma di trascrizione a spartito (che avevo già postato sulla mia pagina Facebook) e poi direttamente in un video relativo alla sua prestazione che è a dir poco eccezionale se non stupefacente, almeno per quel che mi riguarda, visto che su un tema di questo tipo non riuscivo a far durare l’improvvisazione più di un paio di chorus, cioè pochissimo.

Si tratta di un semplicissimo brano di Miles Davis in 4/4 e di sole 16 battute, che pare essere stato pensato più come una “scusa” per mettere a dura prova le proprie capacità di improvvisatore che una autentica composizione scritta. Del resto, questa era una procedura molto comune tra i musicisti di scuola be-bop, ossia quella di utilizzare, specie in ambito di jam session, degli scheletri formali e armonici su cui liberare la propria fantasia musicale in improvvisazione, cercando di “tenere” più a lungo possibile in assolo.

La prestazione di Potter sul brano, tra esposizione del tema e improvvisazione, dura più di dieci minuti ed è non accompagnata da alcuna ritmica, il che richiede uno sforzo e un controllo del solista ancora maggiore. Non posso non rilevare che l’assolo mi ricorda sia nella robustezza del timbro che nello sviluppo l’approccio di  Sonny Rollins, con una presenza più marcata del “legato” sullo “staccato” rispetto al buon Sonny.

Questo non è solo virtuosismo, chiarisco, c’è moltissima sostanza musicale che si può apprezzare.

Buon ascolto.

 

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